Lavoro in risalita, quali prospettive per i riminesi?

lavoroI dati dei primi sei mesi in provincia di Rimini: aumentano gli assunti (500 in più) ma diminuiscono i periodi di avviamento. Secondo gli esperti, per recuperare l’occupazione pre-crisi bisognerà, se va bene, arrivare al 2020. Nel frattempo meglio prepararsi: nei prossimi anni maggiori opportunità per le alte specializzazioni e qualifiche

di Primo Silvestri

Da gennaio a giugno 2015 il mercato del lavoro riminese sembra essere tornato a sorridere. Solo per metà, però. Perché a fronte di un leggero calo degli avviamenti, rispetto al semestre dell’anno scorso, le persone avviate al lavoro, secondo i Centri per l’impiego di Rimini, sono aumentate di poco più di 500 unità (42.841 nel 1° semestre 2015, a fronte di 42.273 dello stesso periodo del 2014). Tradotto: sono state coinvolte più persone (avviati), ma per meno periodi lavorativi (avviamenti).
A mancare è stato il settore alberghi e ristoranti: i dati però si fermano a fine giugno e la speranza è che la buona stagione abbia portato anche qualche assunzione in più. Perché non lo dimentichiamo: Rimini è la provincia col maggiore tasso di disoccupazione in Emilia Romagna (sopra l’11 per cento, circa tre punti in più del dato medio regionale).

GLI SCENARI FUTURI

I dati nazionali e quelli locali ci dicono che per il lavoro qualcosa si muove ma, come ha calcolato il Cedefop (Centro europeo per la formazione), l’Italia recupererà l’occupazione del 2007 se va bene nel 2020. Lo stesso avverrà per tanti paesi europei, e non è una bella consolazione. Com’era facile immaginare non ha questi problemi la Germania, dove l’occupazione non ha mai smesso di crescere, ma nel prossimo futuro dovrà risolvere un altro problema: la mancanza di manodopera (ragione, tra l’altro, della recente apertura all’immigrazione dei rifugiati). Se non la trova l’occupazione, già dal 2016-2017, comincerà a scendere. Lo stesso sta capitando ai paesi baltici come Estonia, Lettonia e Lituania.
Ma come sarà il lavoro nel prossimo futuro? Secondo l’ultimo rapporto del Cedefop, la crescita occupazionale che si registrerà in Europa tra oggi e il 2025 riguarderà principalmente servizi alle imprese e altre attività di servizio, distribuzione e trasporti e servizi non commerciali, soprattutto nella pubblica amministrazione. Si attendono invece esuberi nel settore primario (agricoltura). L’occupazione nell’edilizia, che ha registrato il maggior numero delle perdite occupazionali tra il 2008 e il 2013, dovrebbe, in linea di massima, restare stabile fino al 2025.
Le tendenze occupazionali variano anche all’interno dei singoli settori. Per quanto riguarda il settore primario, si prevede un ulteriore calo dell’occupazione nell’agricoltura, ma una possibile crescita nella produzione e distribuzione dell’energia. Nel settore manifatturiero, si attendono in generale ulteriori perdite occupazionali, ma l’occupazione nella produzione di apparecchiature ottiche ed elettroniche, come anche di veicoli a motore, dovrebbe crescere.
Relativamente ai servizi non commerciali, la tendenza mostra un calo occupazionale nella pubblica amministrazione, ma una crescita occupazionale nell’istruzione, sanità e altri servizi sociali.
I servizi alle imprese e le altre attività di servizio spingeranno la crescita occupazionale nella maggior parte dei paesi.

Nel complesso, le opportunità occupazionali comprendono sia gli impieghi creati ex-novo (in seguito ad una espansione della domanda) sia le opportunità sorte per la necessità di sostituire chi cambia lavoro o esce dal mercato occupazionale perché, ad esempio, va in pensione. La domanda di sostituzione è generalmente maggiore di quella conseguente ad un’espansione. Tra oggi e il 2025 le opportunità occupazionali create nella UE (Unione Europea) dalla domanda di sostituzione saranno nove volte maggiori rispetto alla domanda creata a seguito di un’espansione.
Nella UE, la maggior parte delle opportunità occupazionali (circa il 24%) da qui al 2025 riguarderanno le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (scienze, ingegneria, sanità, impresa e istruzione). Seguite dalle professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (16%) e dalle professioni tecniche ed associate (13%, professioni che richiedono, per essere esercitate, conoscenze operative e normative necessarie a svolgere attività in ambito ingegneristico, sanitario, nelle attività commerciali e nella pubblica amministrazione) e quindi dalle professioni non qualificate (professioni che tradizionalmente non richiedono alcuna qualifica o ne richiedono una elementare).

In Italia, nel 2025, le previsioni danno la componente di forza lavoro con alti livelli di qualificazione al 31 per cento, contro il 21 per cento del 2013 e il 16 per cento del 2015. Le persone in possesso di un livello medio di qualificazione raggiungeranno il 47 per cento, a fronte del 45 per cento del 2013. Infine, la componente di forza lavoro con basso livello o nessuna qualificazione scenderà al 22 per cento.
In sintesi: il futuro del lavoro punta soprattutto sulle qualifiche medio-alte, per cui è meglio prepararsi in tempo. In caso contrario c’è il rischio di dove competere, per i lavori di bassa qualifica, con le persone immigrate.