Ausl Romagna: cosa rischia Rimini rispetto alle “cugine” romagnole?

Con il 2014 è nata l’Ausl di Romagna. Ma a livello pratico è ancora tutto in evoluzione. Il nuovo Direttore Generale Andrea Des Dorides si è preso 90 giorni di startup per organizzare la nuova Azienda dai numeri stratosferici: un bacino di utenza di un milione e 150 mila cittadini e oltre 15 mila dipendenti. L’obiettivo è un’equa distribuzione delle risorse e delle forze in campo tra le quattro province. Ma molte perplessità restano: ottimizzazione o depotenziamento dei servizi per il Riminese? Un confronto con i numeri delle altre Ausl per capirne qualcosa di più.

di Domenico Chiericozzi

La rivoluzione bianca è partita. Il 1° gennaio 2014, con legge regionale, è stata costituita l’Azienda Unità Sanitaria Locale della Romagna. Le quattro Ausl di Rimini, Forlì, Cesena e Ravenna  procederanno alla completa fusione delle rispettive strutture aziendali. Allo stesso tempo è stata istituita la Conferenza territoriale sociale e sanitaria della Romagna composta da tutti gli enti locali, una sorta di organo di governo che si occuperà di “equa distribuzione delle risorse” economiche nei diversi ambiti distrettuali locali dove opera il Comitato di distretto composto dai sindaci dei Comuni o loro delegati.
C’è chi rassicura (gli artefici della ‘riforma’ sostengono che in pratica, per molto tempo, non cambierà nulla per i cittadini). C’è chi, invece, teme. Teme che la coincidenza della riorganizzazione con quella dei ‘tagli’ alla sanità operati dal governo nazionale, possa produrre un sostanziale depotenziamento dei servizi attualmente disponibili. Sulla carta il pericolo sembra essere scongiurato. Infatti, si legge nel documento istitutivo (la legge regionale 21 novembre 2013, n°22) che la riorganizzazione intende “assicurare e potenziare, in condizioni di qualità, omogeneità e appropriatezza, i servizi di tutela della salute nell’interesse delle persone e della collettività”.

Tre ha posto la domanda al Consigliere Regionale Roberto Piva che ha avuto un ruolo di primo piano nel percorso legislativo istitutivo dell’Ausl Romagna.
“Si va sicuramente verso un percorso di modernità in un territorio che è abbastanza omogeneo- spiega Piva – . Senza questa fusione, le quattro aziende di medio-piccole dimensioni non sarebbero riuscite a mantenere l’attuale livello. Sui servizi si andrà solo a migliorare. In un decennio cambierà molto, si andrà verso una organizzazione ospedaliera basata sull’intensità di cura, ci saranno gli ospedali di comunità, le case della salute sul territorio di prossimità al cittadino. Sulle risorse da destinare ai servizi alla persona, solo nella riorganizzazione amministrativa saranno reinvestiti sul territorio dai  20 ai 30 milioni di euro”.
La vicenda andrà seguita da vicino. Anche perchè, rispetto alle analoghe esperienze di Area Vasta in Regione (AVECArea Vasta Emilia Centrale istituita tra Ausl Bologna, Imola, Ferrara, Azienda ospedaliera universitaria di Bologna – Policlinico S.Orsola-Malpighi e Azienda ospedaliera universitaria di Ferrara e Istituto Ortopedico Rizzoli e AVEN Area Vasta Emilia Nord, associazione volontaria delle Ausl di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Azienda ospedaliera di Reggio Emilia, Azienda ospedaliera universitaria di Modena) l’esperienza romagnola è l’unica ad aver realizzato un’effettiva fusione delle Ausl. 

Da dove si parte: uno sguardo sull’esistente

In provincia di Rimini gli ospedali pubblici sono cinque e devono far fronte alla domanda da parte una popolazione di 335 mila persone sparse su 26 comuni di cui 70.800 con un’età superiore ai 65 anni (il 21% del totale). I presìdi sono l’Infermi di Rimini, il Ceccarini di Riccione, il Sacra Famiglia di Novafeltria, il Franchini di Santarcangelo e il “Cervesi” di Cattolica. Questi ultimi tre, secondo le ultime dichiarazioni ufficiali, sarebbero destinati a diventare ospedali di comunità, strutture sanitarie polivalenti ‘gestite’ dai medici di base in grado di erogare cure primarie, e offrire continuità assistenziale ai cittadini che hanno bisogno di un ambiente clinicamente protetto e per i quali non sussista la ‘gravità’ di un ricovero.
Attualmente in provincia i posti letto pubblici (in tutti i conti che presentiamo sono sempre esclusi quelli messi a disposizione dal privato accreditato) sono 955 (2,85 posti ogni mille abitanti) , il personale dipendente è pari a 4.307 unità (dunque ci sono 12,8 dipendenti pubblici ogni mille abitanti) e 233 medici di famiglia (0,69 ogni mille). E nelle altre province romagnole cosa accade? Un immediato confronto si può dedurre dalla tabella che segue:


Come si posizione Rimini rispetto alle “cugine” romagnole quindi? Cosa ha in più oggi e cosa in meno? Facciamo alcune considerazioni

  1. Ospedali. A Ravenna (che ha una popolazione di gran lunga superiore alla nostra, 395 mila contro 335 mila persone) c’è in proporzione un analogo numero di posti letto rispetto a Rimini, ma con due ospedali in meno. Rimini, da questo punto di vista, risulta sovradimensionata. Potrebbe essere per questo motivo che la Regione ha deciso che su cinque ospedali riminesi ben tre diventino di comunità, dunque strutture più snelle.
  2. Personale dipendente. E’ auspicabile che il maggiore riordino avvenga più a Forlì e Cesena che a Rimini o Ravenna come dimostra il numero di dipendenti che ha una forbice piuttosto larga, compresa tra 12 a 14 unità per ogni mille abitanti.
  3. Medici. E’ Forlì la più dotata con un indice di 0,74 ogni mille abitanti: questi camici bianchi potrebbero andare a rafforzare i ranghi dei colleghi riminesi. Infine, forse il dato al cittadino più importante tra quelli appena esaminati è la proporzione di medici di famiglia, ben lontana dalle previsioni: uno ogni mille abitanti. Il che vuol dire camici bianchi ‘super impegnati’. Quando la Regione parla di “razionalizzazione della parte amministrativa e relativo potenziamento dei servizi”, sembra ragionevole pensare a progetti in grado di ridurre il carico di lavoro dei medici di medicina generale, vere e proprie ‘sentinelle’ dello stato di salute dei cittadini.

    Seguendo il ragionamento e concludendo, i risparmi ipotizzati con la nascita dell’Ausl della Romagna  hanno una forbice molto larga: dai 9 ai 23 milioni di euro. Significa quindi che sono allo studio ‘manovre’ con differenti impatti. Oggi in Romagna l’apparato sanitario costa tra gli 80 e i 127 euro per residente. Ma con il riassetto la media sarà di 101. Queste le intenzioni.