Azioni, più sicuri con gli ETF

A fine 2012, rende noto l’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia di aprile scorso, per ogni 100 euro di debito pubblico (finanziato tramite l’emissione di titoli di stato), la parte detenuta da non residenti (risparmiatori, fondi, ecc., esteri)  superava di poco quota 35, cioè poco più del Regno Unito e degli Stati Uniti, ma decisamente meno del 61% della Germania, 63% della Francia e 83% dell’Austria.  L’unico Paese ad avere collocato all’estero meno del 9% del proprio debito è il Giappone.
Negli anni precedenti la crisi la quota del debito italiano posseduta da risparmiatori stranieri  era più alta, poi la crisi, l’entità del debito dell’Italia (130% del pil, a fronte dell’80% della Germania) e l’instabilità politica hanno spinto molti investitori esteri a vendere, ritenendo i titoli di stato italiani poco affidabili.
Siccome ad ogni aumento dell’incertezza e dell’instabilità corrisponde un aumento dei rendimenti da pagare, il picco è stato raggiunto nel novembre 2011, quando i titoli italiani a dieci anni arrivarono a rendere quasi l’8%. Un picco che portò alle dimissioni del Governo presieduto da Silvio Berlusconi,  sostituito da Mario Monti.  Il seguito fu un temporaneo abbassamento dei tassi, poi i rendimenti hanno continuato a restare ballerini e solo tra fine 2012 e inizio 2013 la situazione sembra in via di miglioramento, con tassi tendenzialmente in discesa.
Rendono invece decisamente meno (questa differenza di rendimento si chiama “spread”) i titoli pubblici francesi e belgi, che ad inizio 2013 davano  il 2 per cento circa, e quelli tedeschi  ancora meno.   La media euro è sotto il 3 per cento, come negli USA. Poco per i sottoscrittori, che però spesso preferiscono la sicurezza di riavere indietro i propri risparmi a rendimenti più elevati.

Nella speranza di ottenere di più qualcuno potrebbe però pensare di investire i propri risparmi in titoli azionari. Però attenzione perché mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito i corsi (indici) azionari hanno già recuperato, e perfino superato, i valori pre crisi, non sta accadendo lo stesso nell’area euro. Posto infatti uguale a 100 i corsi azionari di gennaio 2008, sono arrivati a quota 120 negli USA e 110 in Gran Bretagna, mentre sono ancora fermi a meno 70 in Europa. In teoria conviene comprare dove costa meno, ma in questo caso entrano in gioco le prospettive, e quelle dell’economia europea non sono il massimo (il pil dell’area euro è dato a – 0,6 % nel 2013, contro un + 1,8 % degli USA, che diventa +0,8  e +2,7  % nel 2014).
Per chi volesse a tutti i costi investire nel mercato azionario, una possibilità è rappresentata dagli ETF (Exchange Traded Fund): titoli (fondi) che replicano fedelmente e con costi bassi determinati mercati azionari (che, ripetiamo, hanno sempre una componente di rischio superiore ai titoli pubblici).

Per l’investitore intervenire sul mercato degli ETF è molto semplice: un ETF si compra e si vende come un’azione sul Mercato Telematico Azionario (MTA) di Borsa Italiana (segmento MTF). La negoziazione è continua (senza aste). Questo strumento si presta bene anche all’utilizzo da parte del piccolo risparmiatore, dal momento che il lotto minimo di negoziazione è pari a 1 azione / quota di ETF. Ed anche per ciò che riguarda le spese non vi sono sorprese, dal momento che i costi di negoziazione sono indicativamente gli stessi previsti per le azioni. Non è prevista nessuna commissione di “entrata”, di “uscita” e di “performance”(risultato),  a differenza di quanto accade usualmente con i fondi comuni.