Fallimenti bancari, “Bail in”: quanto rischiano i risparmiatori?

bail inSi chiama “Bail in” la nuova regola europea che prevede, in caso di fallimento di una banca, l’impegno finanziario, prima di ricorrere a risorse pubbliche, degli azionisti, creditori e correntisti con depositi oltre i 100 mila euro. Prima di acquistare azioni o obbligazioni di un istituto di credito, dunque, guardate bene ai bilanci!

di Primo Silvestri

Bail in: chi era costui? Così si chiederebbe qualcuno non particolarmente avvezzo ai termini tecnici della finanza. Ebbene, il “bail in” è la nuova regola, di derivazione europea, sui fallimenti bancari che andrà in vigore dal 2016. Essa prevede che in caso di dissesto di una banca, l’autorità (la Banca d’Italia per le banche minori tipo le BCC, il nuovissimo Single Resolution Board, con sede a Bruxelles, per le banche maggiori e i gruppi transnazionali con sedi nell’Eurozona) potrà decidere se farla fallire e liquidarla (in Italia, mediante la procedura di liquidazione coatta) o invece assoggettarla a “risoluzione”, cioè provare a salvarla.
Strumento principe della risoluzione e il “bail-in”, ovvero il salvataggio interno. Che significa una cosa molto semplice: prima di fare ricorso alle risorse pubbliche per salvare la banca (come in pratica è avvenuto fino ad oggi) saranno chiamati a partecipare al salvataggio anche gli azionisti e i creditori, cioè quanti detengono obbligazioni della banca in questione, nonché i correntisti per i depositi sul conto corrente che eccedono i 100 mila euro.
Tradotto: prima di acquistare azioni o obbligazioni di una banca bisogna guardare bene ai suoi bilanci. Non solo. La stessa attenzione va tenuta, sopra una certa cifra, anche per aprire un conto corrente su cui versare i propri denari. Perché se la banca salta, spariscono anche i risparmi e gli euro del conto.

E’ giusto così, perché far pagare alla collettività le perdite dei cattivi maneggi non è nemmeno questa una buona soluzione. Soprattutto non responsabilizza dirigenza e soci. Ma questa novità richiede che il risparmiatore, per non correre rischi, sia messo nella condizione di essere informato e valutare lo stato della banca con cui intende operare. Una pretesa e una condizione che si scontrano con la scarsa educazione finanziaria degli italiani, la metà dei quali, stando ad una indagine della Banca d’Italia, non è in grado di distinguere tra una azione e una obbligazione, e appena la metà sa leggere l’estratto conto che gli invia la banca. Non va meglio con i giovani studenti italiani, che non brillano per competenze matematiche e sono agli ultimi posti Ocse (l’Organizzazione dei paesi più sviluppati) per cultura finanziaria.

Sarà pur vero che con il bail-in nessun azionista o creditore della banca subisce perdite maggiori di quelle che subirebbe con il suo fallimento e che i depositi sopra di 100mila euro verrebbero toccati dopo gli altri creditori e solo in caso di scenari catastrofici, ma tutto ciò non elimina la necessità di un pubblico informato sui potenziali rischi che si corrono. Anche come antidoto al sentore di gestioni allegre (da cui alcune banche di Rimini non sono risultate esenti). In Italia ci sono state banche in difficoltà, per fortuna nessuna ha chiuso, però non è andata così in altri paesi, come sanno bene gli azionisti e depositanti della banca americana Lehman Brothers, fallita nel settembre 2008, che ha scatenato la crisi da cui stiamo timidamente risalendo. Poi c’è sempre il ricordo dei bond argentini venduti senza far sapere i rischi connessi, che non hanno portato a piacevoli risvegli.