Banche, crediti in fumo: non è solo colpa della crisi

crediti deterioratiIn provincia di Rimini, tra il 2011 e il 2014, i clienti che non sono più in grado di restituire alle banche i finanziamenti ricevuti sono passati da 5.500 a 6.500. Ma non è solo colpa della crisi. Come ci racconta un’impresa del territorio riminese, è facile diventare insolventi quando il tasso di interesse applicato è vicino all’usura

Secondo dati della Banca d’Italia il totale delle sofferenze del sistema bancario italiano, cioè delle imprese e persone che non riescono a restituire i prestiti, è salito da 48 miliardi di euro del 2007, quando è scoppiata la crisi, a 181 miliardi di fine 2014, con un aumento del 277%.
I crediti deteriorati, non insolventi ma di riscossione incerta, superano invece i 330 miliardi. E’ stato calcolato che per ogni cento euro prestati dalle banche italiane ai propri clienti privati, ben 18 rischiano di non essere restituiti, se non in ritardo o in parte.
In provincia di Rimini, tra il 2011 e giugno 2014 i clienti delle banche che non sono più in grado di restituire i finanziamenti ricevuti sono passati da 5.500 a 6.500, mille in più, per un valore che da 677 milioni è aumentato a 1,5 miliardi di euro, andando oltre il raddoppio.
Questi sono gli effetti della crisi. C’è però un altro fattore che spesso non viene detto: il deterioramento di un credito è molte volte il risultato del comportamento della banca stessa, che spesso utilizza unilateralmente l’argomento dell’adeguamento alle regole europee come una clava.
Un caso tipico, capitato a tanti nostri lettori – come ci è stato segnalato – è l’improvviso declassamento del rating (quella specie di voto che le banche danno sull’affidabilità dei loro clienti), operato sempre unilateralmente, senza nessuna trasparenza e possibilità di confronto, al quale verrà successivamente collegato il tasso d’interesse da applicare (in genere più basso è il rating, più si alza il tasso).

IL CASO

Un’impresa di Rimini, in difficoltà con la restituzione di alcuni crediti, ci ha mostrato l’estratto conto della sua banca (una banca nazionale) da cui risulta l’applicazione, tra fine 2013 ed inizio 2014, di un tasso di interesse debitore del 13,4% per la cifra affidata, tasso che sale fino al 15,4 % per gli extra fido, cioè per gli sconfinamenti.
Stando sempre ai dati della Banca d’Italia, il tasso di interesse bancario in vigore nel febbraio 2014 per prestiti a società non finanziarie era del 3,78% (4,03% per le famiglie).
Quindi la banca in questione ha applicato alla nostra impresa un tasso di interesse tra 3,5 e 4 volte superiore alla media. Il risultato è stato quello di mettere ancora più in difficoltà l’impresa in questione, fino alla definitiva revoca di ogni affidamento.
Nello stesso periodo il tasso soglia su base annua applicabile, in base alla legge sull’usura n. 108 del 1996 in vigore per il periodo 1° aprile–30 giugno 2014, è stato calcolato dalla Banca d’Italia: per anticipi (fatture) e sconti fino a 100 mila euro nel 14,07%; per aperture di credito in conto corrente (fidi) oltre 5 mila euro nel 16,57%.
A dicembre 2014, secondo il Rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) del gennaio 2015, il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese si è ulteriormente ridotto al 2,48% (il valore più basso da agosto 2010).
Nel nostro caso è evidente che il tasso applicato dalla banca è stato appena sotto la soglia di usura, che una sentenza della Cassazione del maggio 2014 ha rimesso però in discussione parlando di usura anche “entro la soglia” (art. 644 c.p., comma 3).
In realtà il Governo dovrebbe rivedere anche il meccanismo in base al quale si calcola il tasso di usura, perché è del tutto evidente che mettere tassi soglia così elevati quando la Bce (Banca centrale europea) presta alle stesse banche con tassi dello zero virgola, è un contro senso.

Ma le illogicità non finiscono qui. La stessa banca, dopo aver chiuso unilateralmente il conto della nostra impresa, le ha poi proposto di chiudere la partita, cioè di restituire il dovuto, con uno sconto di circa il 25% se lo avesse versato in breve tempo.
Riassumendo, prima la banca ha applicato all’impresa tassi vicini all’usura, aumentando enormemente le sue difficoltà, poi le ha offerto un sostanzioso sconto per risolvere il caso. Dove sia la logica di questi comportamenti è arduo intuirlo, ma è del tutto evidente che molte sofferenze sono diretta conseguenza del comportamento poco responsabile di molte (non tutte) banche.
Comportamenti che sono anche, non solo, alla base di tanti fallimenti di imprese. Basta guardare ai dati che emergono dal territorio riminese. In provincia le imprese con procedura di fallimento sono passate da 65 del 2009 a 110 nel 2013. Il quadro nazionale non è migliore: fatti uguale a cento i fallimenti di un gruppo di paesi europei nel 2007 (quando la crisi è iniziata), nel 2014 quelli italiani sono schizzati a quota 266, cioè sono quasi triplicati. Situazione che non si è verificata in nessun altro paese.