Come ristrutturare casa approfittando degli incentivi statali

ristrutturare casa riminiRistrutturare casa in chiave “green” aumenta la salubrità degli ambienti e taglia i consumi domestici nel lungo periodo. Gli esperti spiegano a TRE cosa fare e non fare. Interventi fai-da-te e approssimativi possono rivelarsi inutili e persino dannosi per la salute

Di Mirco Paganelli

Quei maledetti spifferi. L’umidità che si mangia le pareti. La caldaia che consuma troppo e la bolletta del gas che fa sobbalzare dalla poltrona. Il patrimonio edilizio italiano è vetusto ed energeticamente sprecone. Rimini non è da meno. Dopo decadi di speculazione edilizia in cui si è costruito tanto, troppo e male, la riqualificazione urbana sembra l’unica via: sia per riattivare un settore in crisi come quello del mattone, sia per fare del bene al portafoglio e – non di meno – all’ambiente. Certo, in tempi di vacche magre molte famiglie storcono il naso di fronte all’ipotesi di investire migliaia – talvolta decine di migliaia – di euro per rendere il proprio alloggio o la propria azienda più green. Però, tempo qualche anno, e i risparmi che ne conseguono consentono di rientrare nelle spese e iniziare a guadagnare. Oltretutto, sono ancora in campo importanti incentivi statali che permettono di detrarre fino al 65% dell’investimento. E una volta ristrutturato, si può godere da subito di un ambiente più salubre, funzionale e bello, conferendo maggiore valore al proprio immobile.
Abbiamo intervistato gli esperti riminesi di ristrutturazione edilizia reduci dal Klimahouse di Bolzano (una delle più prestigiose fiere dell’edilizia eco-sostenibile) per capire quali sono le tendenze e come è meglio muoversi per rifare il look alla propria abitazione o azienda.

METTIAMOCI IL “CAPPOTTO”

“Un lavoro serio parte dall’isolamento termico tramite cappotto e sostituzione di infissi, i quali incidono molto. Così si riducono i consumi”, afferma l’ing. Secondo Ambrosani, progettista elettrico, esperto di energia alternativa della ditta SIE engineering di Rimini. Il migliore ‘cappotto’ isolante – dice – è quello che riveste gli edifici dall’esterno. “Quello in polistirolo è il più economico. Da 5 a 15 centimetri di spessore costa più o meno lo stesso. Secondo le norme urbanistiche, fino a una decina di centimetri non fa cubatura, quindi non crea problemi in merito alle distanze con gli altri edifici”.
Altri materiali più traspiranti (e costosi) sono le fibre di legno e il sughero, che consentono il passaggio di umidità. Invece, “mettere il cappotto all’interno non è un lavoro ben fatto! Rischia di risultare una spesa inutile e, se non è progettato da un esperto, può risultare persino dannoso per la salute – Ambrosani sconsiglia caldamente il fai-da-te -. ‘Inutile’ perché, dovendolo fare di pochi centimetri di spessore per non perdere troppa superficie, è meno efficiente. ‘Dannoso’ perché tra la parete e l’isolante, anche se i due sono incollati tra di loro, si può formare della condensa che dà origine alla muffa, la quale marcisce: l’umidità è la rovina degli edifici! Per evitarlo, bisogna ricorrere a progettisti esperti che misurino il rischio di condensa con dei programmi di calcolo”. Ecco perché il cappotto interno deve essere necessariamente di tipo traspirante e va fatto svoltare sul soffitto per almeno per 20 cm, altrimenti – come spiega l’ingegnere – si forma il cosiddetto ponte termico, ovvero la dispersione di calore tramite il solaio in prossimità della parete esterna. Se le disponibilità economiche non consentono di coibentare tutto l’edificio, meglio partire dalle pareti nord, quelle più fredde.

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TERMOSIFONI O RISCALDAMENTO A PAVIMENTO?

Per riscaldare l’acqua che fluisce nell’impianto di riscaldamento e, quindi, le nostre stanze, si può ricorrere al più recente sistema a pompe di calore che utilizza energia elettrica, in alternativa alla tanto familiare caldaia a gas. “Generalmente, dove c’è già, manteniamo l’impianto con caldaia che di per sé non costa meno di quello a pompe di calore – spiega Ambrosani -. Però va tenuto conto che la caldaia richiede ulteriori spese di manutenzione periodica, mentre se si passa ad alimentare il proprio edificio esclusivamente con energia elettrica (dal piano cottura al riscaldamento), e si applicano i pannelli fotovoltaici, si può raggiungere l’autosufficienza energetica, oltre al vantaggio di non dover più dipendere dal gas e dalla pericolosità che ne consegue…”. E – aggiungiamo – dagli scenari geopolitici mondiali che ne fanno sobbalzare i prezzi. In questo caso, però, va chiesto all’Enel il potenziamento dei kilowatt.
Altro dubbio: conviene passare al riscaldamento con pannelli radianti a pavimento?
“Non è detto, dipende dall’utilizzo dell’edificio. Se è abitato tutto il giorno, allora conviene perché l’acqua utilizzata in questo caso misura 40 gradi centigradi (contro i 70 dei radiatori), quindi costa meno produrla. Se chi vi abita è in casa solo la sera non si risparmia, dato che questo sistema va tenuto acceso costantemente perché impiega almeno un giorno per andare a regime”.
La maggiore salubrità è il suo punto di forza: “I pannelli radianti scaldano l’aria in maniera omogenea, mentre i radiatori creano correnti d’aria che sollevano parecchia polvere”.

IL RISPARMIO

Un buon isolamento termico, con cappotto esterno e serramenti nuovi, consente di risparmiare subito il 30% nel riscaldamento, assicura il professionista. Aggiornare la tecnologia della caldaia può far risparmiare un ulteriore 5-10%. Passare al riscaldamento a pavimento aumenta solo il confort. I fortunati che possono spendere qualcosina in più possono installare, fra gli altri, un impianto di ventilazione meccanica controllata che consente di recuperare il 90% del calore emesso da cucina e doccia e riversarlo negli ambienti più freddi, scaldando l’aria pulita in ingresso. “Il futuro è l’energia elettrica – ne è certo Ambrosani -: è la soluzione meno inquinante, ogni territorio la può produrre in base alle proprie caratteristiche (i corsi d’acqua, il vento, il sole, gli scarti agricoli…) e consente di non dipendere più dalle fonti fossili e dal loro trasporto costoso e inquinante. Un appartamento di oggi di classe A consuma 4kW contro i 30 di quelli più vecchi”.

CI VUOLE UN PIANO

“Il portafoglio determina la spesa per chi si rivolge a me per ristrutturare casa”, rivela a TRE Giorgio Manfroni, proprietario dell’omonima azienda di impianti elettrici. “Spesso viene chiesto di dilazionare gli interventi e in tal caso consiglio sempre, in prima battuta, di predisporre l’impiantistica in modo che possa integrarsi con i successivi impianti. Occorre fare uno studio preliminare a 360 gradi dell’edificio per poter stilare un piano d’azione con interventi spalmati nell’arco, ad esempio, di 2 o 3 anni, così da ammortizzare le spese”.
Evitare interventi pressapochisti, “altrimenti dopo poco tempo si è daccapo”. Case sempre più sigillate col cappotto richiedono maggiore ricambio d’aria, spiega Manfroni: “Il recuperatore di calore consente di scambiare aria con l’esterno ed ottenere ambienti più salubri. Non c’è abitazione che non possa adottarlo”.
L’illuminazione, poi, è sempre più a led, soprattutto per gli edifici di nuova costruzione, e col fotovoltaico “le bollette elettriche possono abbassarsi anche del 70%”.
Installare in casa propria un impianto a pompe di calore può costare 2-3.000 euro – precisa Manfroni -, mentre un impianto fotovoltaico da 3 kW, 7-8.000 euro, al quale si potrebbe aggiungere un accumulatore di calore che consente di aumentarne le prestazioni. “Nel giro di 5 o 6 anni si ammortizzano i costi – sostiene l’impiantista -. Bisogna poi tenere conto degli incentivi che coprono il 50% della spesa”.

CALDAIE NUOVE DI ZECCA

Nell’attesa che la pompa di calore si sostituisca alla caldaia a gas nel ruolo di “motore” dell’edificio, è possibile aggiornare la tecnologia della caldaia passando a quella a condensazione. In questo modo “basta la fattura dell’idraulico – spiega il professionista Gabriele Falenghi – per poter detrarre il 50% della spesa”. Se si fanno altri interventi come cappotto, sostituzione di infissi e termosifoni, facendo certificare il tutto da un tecnico, si può arrivare al 65% di detrazioni. Sostituire una caldaia può costare dai 3.500 ai 6.000 euro, “dipende se comporta anche l’aggiornamento della canna fumaria e di tutte le tubazioni del gas”.
Anche Falenghi punta tutto sul cappotto esterno che “consente alle pareti di scaldarsi dall’interno, immagazzinare calore e cederlo agli ambienti anche dopo aver spento il riscaldamento. Mentre un cappotto interno impedirebbe questa trasmissione”.

ACQUA RICICLATA

L’azienda Petroltecnica di Coriano ha presentato al Klimahouse le sue ultime soluzioni sul recupero e riutilizzo delle acque reflue e piovane. Roberto Lazzari ne ha curato l’esposizione: “Il nostro settore è poco normato e alcuni concorrenti sleali e improvvisati hanno venduto negli anni prodotti scadenti a clienti ignari. Per cui tutto il comparto deve recuperare credibilità. Noi lo facciamo con impianti di qualità”. Un esempio? “A Rimini abbiamo installato un sistema per il recupero dell’acqua piovana su un edificio che ospita ogni giorno 30 persone. L’anno scorso ha recuperato 200.000 litri di acqua che sono andati a sostituire quella potabile nelle cassette dei wc”. Ma attenzione: questo lo si può fare solo se lo sciacquone ha una sua linea dedicata che lo connette all’acquedotto. L’acqua piovana può essere recuperata anche per innaffiare. Impianti di questo tipo costano 2 o 3.000 euro e hanno un secondo vantaggio per la città: raccogliendo grandi quantità d’acqua hanno un effetto drenante nei confronti delle piogge: “Se tutti gli edifici li installassero, ci sarebbero meno rischi di allagamento”. Si lavora di più con le aziende, rivela Lazzari. La seconda tecnologia, quella del recupero delle acque reflue (di scarico) può essere usata per l’irrigazione. L’unico fattore “inquinante” è la burocrazia: “Le normative – chiosa – cambiano da comune a comune e da regione a regione, come quelle che riguardano la dotazione idrica pro-capite o il tipo di impianto da utilizzare”. Complicazioni che non favoriscono una scelta eco-sostenibile.