Edilizia privata, qui serve una “rigenerazione”

Uno degli scatti di “Id. Rimini / 2009-10" di Marco Vincenzi

Uno degli scatti di “Id. Rimini / 2009-10″ di Marco Vincenzi

Negli scatti di Marco Vincenzi la scarsa cura delle abitazioni riminesi e la perdita di identità di una città. Una lettura per immagini che porta a riflettere sulla opportunità di riattivare un’economia legata all’edilizia, oggi scomparsa. Per una rigenerazione urbana servono soluzioni tecniche innovative. Quali?

di Laura Carboni Prelati

“La bellezza è negli occhi di chi guarda” diceva Goethe. E’ soggettiva, indefinibile, è una questione di sguardo, di visione d’insieme. Nel contesto della tradizione architettonica e urbanistica di una città, la bellezza esprime innanzitutto una necessità, oggi; quella di voler rintracciare le trame di un’estetica che sembra essere perduta. Occorre semplicemente guardarsi attorno: la bella immagine che avevamo di Rimini oggi è profondamente cambiata.
Quell’atmosfera particolare che si respirava tra vie e palazzi, che esprimeva un senso di appartenenza, è stata quasi del tutto cancellata dal contesto urbano; molto è stato sovrapposto, nascosto, abbandonato. Le vie, le case, le piazze non hanno più quella particolare connotazione, non comunicano più quell’attrattiva e quell’anima cittadina nella quale un tempo ci riconoscevamo.

Cosa è cambiato? Perché la città non ha più una sua identità? Lo chiediamo a Marco Vincenzi, sociologo e fotografo, esperto in comunicazione visiva, che ha raccolto nel suo libro Id. Rimini/2009-2010 (dove Id. sta per identità) una serie di 40 scatti, in bianco e nero, confluiti anche in una mostra, imperniati su dettagli significativi di architettura residenziale locale.
“Sono partito dai luoghi residenziali per andare alla ricerca di un’identità cittadina – racconta Vincenzi -. Anche l’immagine di copertina lo testimonia: quel cipresso, sacrificato dietro le sbarre di una recinzione, penso sia una rappresentazione abbastanza eloquente, che fa meditare”.
L’idea di preparare una mostra quando è nata?
“Due anni fa, durante un incontro con l’Assessore Massimo Pulini (delega all’identità del luogo, ndr.). Ci confrontammo e capii che avevamo la stessa visione d’insieme, io condividevo i suoi valori ed entrambi avevamo le medesime prospettive”.
Per lei che valore ha avuto la mostra?
“Queste foto vogliono essere una sorta di riflessione su Rimini, una città che merita più interesse e uno sguardo d’insieme più lento. Se il messaggio lanciato con le foto è immediato, occorre invece del tempo per elaborare e assorbirne il contenuto. Per questo ho fermato l’immagine su alcuni particolari della Rimini cittadina, appena fuori dalle mura e dal centro storico, identificando l’architettura residenziale che va dal dopoguerra agli anni ’80-’90”.
In tutte le foto, Vincenzi privilegia il particolare, il frammento piuttosto che la vista d’insieme. L’obiettivo si sofferma, indaga e ritrae le forme, le linee, l’aspetto esteriore, la struttura.
“Nel dopoguerra e negli anni successivi, in pieno boom economico, tutti desideravano avere una casa, non vi erano particolari attenzioni al contesto edilizio, all’habitat urbano, all’ambiente o allo stile. Ho cercato di capire questi contrasti, mi sono guardato attorno e ho iniziato a camminare per la città per vedere dove vivono i riminesi, quelli che si sono insediati molti anni fa ed hanno costruito l’identità di questa città; il mio sguardo, dalla strada, era curioso di conoscere la dimensione privata del riminese in quelle zone in cui ci arrivi solo se ci abiti”.
E cosa ha visto?
“Il riflesso di un’identità cittadina confusa. Ho fotografato il proliferare del degrado urbano, con edifici dimessi, aree sottoutilizzate in abbandono, case e quartieri cresciuti a dismisura in completa assenza di aree verdi; vivere in questi luoghi procura un senso di disagio, di fastidio, di inadeguatezza. Ho percepito come non siano state rispettate le buone regole per una corretta pianificazione urbanistica o per un uso razionale del suolo. Mi sono accorto che questo contesto è privo di una vera identità, tutto è stato raffazzonato, rimediato in fretta, rimescolato, sovrapposto, soffocato, offeso, costretto, ristretto e quella città, che un tempo si percepiva, oggi non c’è più”.
Da questi luoghi quindi non si comprende il romagnolo?
“No, se per riminese si intende colui che per stereotipo rappresenta Rimini e la sua immagine pubblica, con le serate, il divertimento in balera, l’evento per cui tutti si divertono e si sta bene. Mi domando, dietro tutto questo cosa c’è? Immagino tante cose belle, però la città è completamente concentrata e proiettata su altro, su quella striscia di sabbia sul lungomare o sul fornire l’ombra nella calura estiva…”.
Come si può riconquistare quell’immagine che ci ha reso così interessanti e attrattivi?
“Occorre cambiare, modificare e lavorare, tanto, per ritrovare la dimensione del bel vivere; l’ambiente che ci circonda deve diventare gradevole, deve comunicare a chiunque la piacevolezza di camminare per strada, per fermarsi su una panchina a leggere, per curiosare con lo sguardo tra il verde dei giardini pubblici e privati. Penso che tutto il contesto urbano e il paesaggio circostante andrebbero rivisitati, riveduti, rigenerati perchè l’identità di un luogo e l’ambiente urbano è un soprattutto un bene comune da condividere con tutti”.