Finanza, Ocse: “italiani ignoranti”

FinanzaConoscenze finanziarie: secondo l’Ocse gli italiani presentano molte lacune. Ma ne va dei loro risparmi. Dove investirli? Uno sguardo alle varie alternative, più e meno rischiose

Un’indagine, resa pubblica di recente, dell’Ocse (l’Organizzazione dei paesi più sviluppati) sull’educazione finanziaria afferma che i giovani italiani sono privi delle conoscenze sufficienti per compiere scelte rilevanti per il loro benessere economico, come trattare un mutuo, fare pensioni integrative, ecc. Il grado di alfabetizzazione dei nostri quindicenni è così scarso che peggio di noi sta solo la Colombia, mentre le prime tre posizioni della graduatoria per conoscenze finanziarie dei rispettivi giovani sono occupati da Shanghai-Cina, Belgio ed Estonia. Per evitare che i ragazzi crescano ignari dei pericoli delle truffe finanziarie il governo inglese ha deciso di far studiare matematica finanziaria fin dalle superiori.
Ma se i giovani italiani sono finanziariamente piuttosto ignoranti, non stanno meglio i padri, più anziani. Era noto e le ultime indagini lo riconfermano. La materia a volte è un po’ ostica, ma ne va dei nostri soldi ed è meglio sforzarsi di capirci qualcosa.

Così torniamo ad occuparci di una parte della finanza, che riguarda la gestione dei risparmi. Dove investirli? I rendimenti dei titoli pubblici sono al minimo: un Bot ad un anno rende lordo lo 0,23%, un Btp a cinque anni l’1,07, a dieci anni  il 2,39. Per ottenere di più bisogna essere disposti ad investire per venti o trent’anni. Con la diminuzione dello spread (la differenza tra i rendimenti italiani e quello dei pari titoli tedeschi) anche i rendimenti sono calati e adesso si stanno allineando, anche se restano più elevati, a quelli europei. Se la situazione finanziaria italiana non peggiora (quindi il rischio di prestare allo Stato italiano viene ritenuto basso) è probabile che scendano di nuovo. In Germania, che funge da riferimento, un BTP a dieci anni rende poco più dell’1%.

In questa situazione, segnala il prof. Beppe Scienza dal suo blog (www.beppescienza.it), qualcuno, per meglio piazzare il suo prodotto, sta facendo dell’allarmismo andando in giro a sostenere che i titoli di Stato italiani non sono più sicuri, perché il Tesoro potrebbe ridurre gli interessi e sospendere i rimborsi. Ovviamente niente di vero.

Il prezzo delle azioni, altro versante dove eventualmente investire, dopo l’impennata del 2013, è continuato a crescere, ma a ritmi meno sostenuti. In Germania e nell’area euro, nel secondo quadrimestre 2014, le variazioni di prezzo sono prossime allo zero e solo in Italia, in recessione, continuano ad aumentare, seppure di meno. Un fatto che dovrebbe suonare come campanello d’allarme, perché non si giustifica un aumento di prezzo dei titoli azionari se l’economia è ferma e i profitti non aumentano. Salvo singoli casi aziendali che hanno conseguito risultati particolarmente positivi.

Infine analizziamo i fondi italiani. Come abbiamo già scritto citando un rapporto di Mediobanca, in un’ottica di lungo periodo (trent’anni) hanno reso meno di un Bot a dodici mesi. Però nel breve periodo possono essere un’alternativa, visto che nel 2013 hanno in media reso il 3,4%, più gli azionari (11,7%), meno gli obbligazionari (1,9). Questo ricordando sempre che quello che è stato non costituisce nessuna garanzia di quello che verrà.