Imprenditori in Erasmus: un caso a Rimini

Il 2012 è stato l’anno in cui l’Unione Europea, ancora impantanata nella crisi, ha avuto l’occasione di guardare in alto ai suoi due più grandi successi: il perdurare della pace, celebrata col Nobel, e il progetto Erasmus, che ha festeggiato i suoi primi 25 anni con numeri da capogiro: 2,5 milioni di studenti universitari europei (oltre 20 mila italiani all’anno) che hanno studiato all’estero nell’ultimo quarto di secolo. Un trionfo che si sta declinando anche nella versione “adulta”, l’Erasmus per giovani imprenditori – Erasmus for young entrepreneurs (EYE) – ovvero il progetto che offre finanziamenti a coloro che hanno in mente un business, per andare ad affiancare un imprenditore di in un’azienda estera e guadagnare preziosa esperienza. Se il sogno nel cassetto è quello di avviare un’azienda vinicola in Romagna, si può, ad esempio, passare qualche mese in Provenza ed imparare i trucchi del mestiere da un viticoltore francese; chi ha in mente l’architettura sostenibile può affiancare un designer scandinavo; chi vuole aprire un locale innovativo in riviera potrebbe trovare ispirazione su qualche playa spagnola.

Guardare all’estero per crescere

EYE è nato nel 2009 all’indomani dello scoppio della bolla finanziaria. All’epoca un’indagine della Commissione Europea rivelava che il 51% dei giovani europei desiderano fare impresa, ma che solo in pochi sono in grado di raggiungere il traguardo; e chi ci riesce si limita al mercato nazionale. Solo l’8% delle PMI esporta nell’UE. L’Erasmus per imprenditori vuole essere un incentivo ad europeizzarsi culturalmente, oltre che economicamente, dando uno schiaffo alla recessione. E se da un “pantano” si esce solo investendo e facendo rete, non stupisce che i risultati ottenuti fino ad ora siano più che promettenti. Fino al 2013 le registrazioni al database sono state 6.048 tra imprenditori giovani (63%) ed ospitanti (37%). L’Italia è al secondo posto (1.403 registrazioni) dopo la Spagna. Non a caso il podio se lo contendono due stati con un tasso di disoccupazione giovanile esplosivo (56,5% la Spagna, 40,4% l’Italia), nei quali è più facile voler guardare all’estero per crescere. Degli oltre 3.200 neo-imprenditori partiti, 517 sono italiani. Nota rilevante per Rimini: il turismo è il secondo settore coinvolto con il 10% degli scambi totali, secondo solo a media e promozione (14%).

E Rimini dov’è?

È ancora debole l’adesione al progetto da parte del territorio riminese che non dispone di un “centro di contatto locale” (ce ne sono 25 in tutta Italia) che si occupi di promuovere e gestire l’EYE. Il più vicino è quello della Provincia di Pesaro (www.provincia.pu.it/formazionelavoro). “Abbiamo cercato di contattare ragazzi di Rimini che hanno partecipato al progetto ‘Nuove idee, nuove imprese’, ma purtroppo nessuno si è presentato”, commenta Samantha Ruggieri, responsabile dell’ufficio pesarese. “I riminesi possono rivolgersi a noi sia perché siamo vicini, sia per i maggiori fondi di cui disponiamo rispetto ai centri del Sud. Inoltre garantiamo procedure veloci, in media di due settimane, se hanno già trovato un imprenditore ospitante”. Anche se “ancora il progetto non è molto conosciuto, soprattutto tra le imprese. C’è un problema di comunicazione. Abbiamo sfruttato spazi pubblicitari radio e tv locali, ma sono costosi”.
Gli imprenditori senior possono acquisire dal giovane nuova conoscenza e un supporto professionale, ma non vengono retribuiti per il loro mentoring. Qual è, dunque, la loro disponibilità? “Gli europei sembrano più favorevoli ad insegnare ai giovani. Soprattutto gli inglesi e i belgi. Mentre agli occhi degli italiani, forse per una diversa mentalità, questo può apparire più una spesa”. Ma i candidati sono in crescita: “Dal 2012 ad oggi abbiamo gestito 20 scambi, la maggior parte quest’anno. Uno solo nella provincia di Rimini”.

L’unico riminese con le valigie

Marco Nuzzo è di San Giovanni in Marignano, ha 29 anni ed è l’unico riminese ad aver svolto l’Erasmus tramite l’ufficio di Pesaro. A Marzo è partito per Bruxelles dove è stato accolto per 4 mesi da un’azienda che si occupa di progettazione europea, con la quale è nata una collaborazione che prosegue tutt’ora. “Nessuno stage o progetto Leonardo ti garantisce un’esperienza così importante – racconta da Bruxelles – e una retribuzione di 800 euro mensili (questa varia a seconda dei centri, ndr). Con questo progetto si hanno vari vantaggi: si mettono in pratica le proprie idee; il processo di approvazione è rapido; il supporto finanziario buono; e, soprattutto, si è a diretto contatto con l’imprenditore”.

Per partecipare non si è obbligati ad avere già una startup, o a crearne una al ritorno. Però quanto conta avere un’idea imprenditoriale?
“Con la candidatura devi già presentare un progetto d’impresa tramite business plan. Non si può partire pensando di andare a fare una banale esperienza dove capire cosa fare nella vita: devi già saperlo e devi avere in mente qualcosa di concreto. E lo si può fare per qualsiasi ambito, dalla moda alla ristorazione”.
Con quale idea si è presentato?

“Vorrei aprire un’agenzia di consulenza nella progettazione europea e offrire un servizio alle ong per trovare la formula vincente che consenta al loro progetto di essere approvato dalla Commissione Europea. Mi piacerebbe aiutarle soprattutto nella promozione dello sviluppo culturale, in particolare dei Balcani. Ho una laurea triennale in Traduzione e Interpretazione, una specialistica in Cooperazione allo sviluppo e un master in Progettazione europea; per cui mi piace l’idea di combinare tutti questi studi in una sola attività”.
Quali erano le sue mansioni?

“Facevo un po’ di tutto. Valutavo i progetti, assistevo il capo, sceglievo i tecnici per lo sviluppo dei piani, facevo offerte commerciali ed inviavo le proposte alla Commissione Europea. Mi hanno responsabilizzato molto”.
Tanti compiti, ma per l’azienda può essere mai un peso ospitare un ‘apprendista’ imprenditore?

“L’imprenditore ospitante non ha alcuna spesa, solo vantaggi. Per lui può essere un’occasione molto importante, perché se poi il giovane avvia un’azienda in un altro paese, si ritrova un nuovo partner col quale possono nascere una collaborazione e futuri scambi”.
E nel suo caso specifico?

“A loro è servito il fatto che parlassi varie lingue, tra cui tedesco e croato. Li ho aiutati a muoversi in quei mercati. È risultato soprattutto strategico per la Croazia, dato che è appena diventata uno Stato membro dell’UE”.
Come potrebbe contribuire questo progetto allo sviluppo del nostro territorio?

“Per me la Provincia di Rimini ha bisogno di rinnovare la sua offerta turistica. Questo progetto è un’ottima occasione per quanti hanno un’idea innovativa, ad esempio per un bar o per un hotel, e desiderino guadagnare esperienza internazionale. In questo modo non si rimane chiusi alla realtà locale, ma si vede con i propri occhi come funziona altrove, portando a casa ciò che si è appreso ed applicandolo al proprio territorio”.
Quanto conta questa esperienza per il suo futuro business?

“Mi ha dato una base importante da cui partire. Valutando i progetti per conto della Commissione ho capito di cosa hanno bisogno e come lavorano. Mi sono, quindi, ritrovato dall’altra parte: è stato come apprendere il segreto per vincere”.
La cosa più importante appresa all’estero?

“La parola chiave di Bruxelles è networking, e ci sono spesso riunione fatte apposta, seguite da aperitivi e buffet dove si incontrano professionisti. Occasioni sia formali che informali. Qua tutto ruota attorno al networking essendo il cuore delle istituzioni. Ho partecipato a varie conferenze e mi sono creato dei contatti. È una pratica più internazionale e meno italiana”.
Perché secondo lei l’Erasmus per imprenditori non è ancora una pratica diffusa tra i giovani di Rimini? Che manchi una cultura dell’imprenditorialità?

“Nei giovani c’è la volontà di fare meglio, ma le occasioni bisogna andarsele a cercare. Molti non si muovono perché lamentano l’assenza di soldi, quando invece ci sono opportunità come questa che garantiscono buoni fondi e un ruolo di privilegio nell’azienda; infatti non si finisce a fare il classico stagista sottopagato che fa le fotocopie. È un ottimo trampolino di lancio per futuri startupper. Ci sono tante borse di studio che non vengono sfruttate: io ho fatto molte esperienze all’estero, tutte con una borsa. Occorre informarsi, perché le occasioni ci sono. E non bisogna fermarsi come di fronte a un muro”.

Mirco Paganelli