Imprese e lavoro, 4 priorità per il 2015

lavoro imprese rimini“Le imprese riminesi vanno sostenute e aiutate a crescere. Ma tra le Amministrazioni locali ci vuole qualcuno che si faccia carico di un programma di sviluppo in maniera continuativa e non sporadica”. Le priorità di Primo Silvestri, direttore di TRE, per il 2015.

di Primo Silvestri

Per definire i compiti che ci attendono per l’anno che comincia, bisogna compiere un breve ripasso dei fatti che ci siamo lasciati alle spalle.
Il turismo, dopo una stagione piuttosto turbolenta da un punto di vista metereologico, probabilmente ha tenuto (nei primi dieci mesi del 2014 gli arrivi sono leggermente migliorati anche se i pernottamenti stentano a tenere il passo), ma già da diversi anni non segue il ritmo d’incremento dei viaggiatori internazionali. Le difficoltà del mercato russo, su cui si è concentrata l’azione di marketing negli ultimi anni, potrebbe avere riflessi molto negativi nella prossima stagione, anche perché si somma alle difficoltà dell’aeroporto.
I ricavi delle attività della Fiera vanno bene e sono previsti in aumento anche nei prossimi anni, tanto che per il 2017 si parla, dopo aver azzerato il debito, di un ritorno al dividendo.
Le esportazioni provinciali (dati del primo semestre scorso) viaggiano col segno positivo, in particolare nell’area dell’Unione Europea dove finiscono una buona metà dei nostri prodotti che varcano la frontiera nazionale. Stanno quindi lavorando bene le aziende che esportano, l’unico problema è che sono poche, come dimostra il fatto che Rimini realizza (vende) all’estero un quinto della sua produzione (pil), quando Modena e Reggio Emilia superano la metà.
In una situazione pur difficile, confermata anche dall’ultima indagine congiunturale della Camera di Commercio, ci sono comunque attività e settori che resistono e cercano con caparbietà di farsi spazio in nuovi mercati, innovando, creando valore e lavoro.
E’ una fortuna, ma purtroppo non basta. Perché tra disoccupati dichiarati, cassa integrati a rischio di perdere definitivamente il posto, disoccupati scoraggiati che hanno smesso di cercare lavoro, stiamo parlando di un numero tra 25 e 30 mila persone in provincia. Dal 2007, quando è scoppiata la crisi, ad oggi, il tasso di disoccupazione giovanile (25-34 anni) è triplicato e quello delle donne giovani, della stessa fascia d’età, è aumentato sei volte tanto.
Stando al riepilogo dei contributi versati all’Inps, Rimini è il territorio emiliano romagnolo con la percentuale più bassa di rapporti di lavoro a tempo indeterminato e con la minore domanda di quadri, dirigenti e personale laureato. Ci sono meno opportunità per chi cerca lavoro. Condizione che sta spingendo un numero crescente di giovani ad emigrare (all’inizio del 2013 erano 20 mila i riminesi residenti all’estero, in assoluto la terza cifra regionale più elevata).

COSA FARE ALLORA?

Serve un deciso cambio di rotta. Cambiamento che può avvenire – anche se non è ininfluente il quadro nazionale – solo ragionando sulle imprese, perché sono le uniche che possono creare lavoro vero.

  • Le imprese hanno bisogno di essere aiutate a crescere, innovare, internazionalizzarsi e diventare sempre più competitive offrendo servizi di avanguardia (banda larga, ricerca, ecc.). Non ha senso che per un incubatore, come quello progettato per Rimini, si impieghino anni.
  • Non ha senso che le banche facciano aspettare mesi prima di pronunciarsi su un fido o che applichino, alle imprese in difficoltà, tassi di interesse che rasentano l’usura, quando magari hanno ottenuto finanziamenti, proprio per le imprese, dalla BCE al tasso dello 0,15%.
  • E’ fuori luogo che l’Agenzia delle Entrate applichi sanzioni del 30% sul dovuto per ritardi di qualche pagamento, quando a chi ha esportato capitali all’estero si concede di sanare il dovuto con meno del 10%.
  • Infine la burocrazia: tempi lunghi e richieste, troppe volte, di documenti che sono già in possesso degli Enti – se solo comunicassero tra loro – aggiungono costi e gravano sulla loro competitività.

    Insomma, ci sarebbero tante cose da fare, anche sul piano locale, però ci vorrebbe qualcuno che coordinasse e se ne facesse carico, in modo continuativo e non sporadico. In sintesi: ci vorrebbe una politica e un programma di nuovo sviluppo.