Imprese riminesi, tasse superiori ai guadagni

tasse imprese RiminiLa pressione fiscale arriva ad incidere sul reddito delle imprese riminesi per oltre il 100%. In tasse va via tutto ciò che si guadagna e anche una parte del capitale che così non può essere reinvestita in progetti di sviluppo. La denuncia del presidente della Fondazione dei commercialisti riminesi, il Prof. Giuseppe Savioli

di Alessandra Leardini

Cinque aziende su otto, in Italia, chiedono prestiti in banca per pagare le tasse. Il dato, emerso da un sondaggio del Centro Studi di Unimpresa su 122mila imprese associate, riflette bene l’agonia con cui sono costrette a convivere migliaia di attività, tanto più in tempi di crisi quando il peso del Fisco rischia di diventare sempre più opprimente sui budget aziendali. Per non parlare di quelle imprese che di fronte alle scadenze del Fisco non riescono nemmeno più a sopravvivere, perché di troppe tasse si può anche morire.
Questa la denuncia, conti alla mano, del Prof. Giuseppe Savioli, presidente della Fondazione dei Dottori commercialisti ed esperti contabili di Rimini. Anche per l’ultima edizione della Giornata dell’Economia organizzata dalla Camera di Commercio di Rimini lo scorso maggio, la Fondazione è stata chiamata a presentare i risultati di uno studio sui bilanci delle società di capitale che ha portato anche a sorprese drammatiche dal punto di vista dell’imposizione fiscale.
Il fisco, osserva Savioli, arriva a pesare sulle imprese locali per una percentuale addirittura superiore al 100% degli utili. Ma non è tutto qui. “Il contesto normativo in cui gli imprenditori sono destinati a muoversi – afferma Savioli – è altamente penalizzante. Un ambito normativo spesso opprimente, fatto di disposizioni a volte difficilmente applicabili, spessissimo incomprensibili, con risvolti sanzionatori pesanti, anche di carattere penale. Un vero e proprio percorso ad ostacoli, dunque, “una ragnatela di norme che sottraggono energie e tempo all’imprenditore, a scapito  alla sua funzione  tipica, ostacolando l’avvio e lo sviluppo di nuove attività economiche”. Tra l’altro, prosegue Savioli, “l’applicazione di tutte queste norme, già di per se estremamente difficile, è resa ancor più ardua   dalla continua innovazione normativa, spesso anche retroattiva, tipica del nostro paese,  che rende lo scenario di riferimento instabile, vanificando ogni possibilità di pianificazione . Tutto ciò richiede all’imprenditore tempo e risorse, che costano”. “Si aggiunga, per inciso, che il quadro che abbiamo appena delineato tiene ben distanti investitori stranieri e spinge le imprese nazionali a guardarsi attorno per cercare contesti normativi più chiari, stabili ed economici”

giuseppe savioli fondazione commercialisti

Il Prof. Giuseppe Savioli

Prof. Savioli, partiamo dal dato della pressione fiscale. Un’incidenza superiore al 100%. Come può essere possibile una situazione di questo tipo?
“Nel triennio 2010-2012, secondo quanto emerge nel nostro studio, si è verificato un progressivo aumento dell’incidenza della pressione fiscale sui redditi d’impresa: dal 66% registrato nel 2010, tale incidenza è arrivata a pesare per il 107% nel 2012. Una pressione inconcepibile, irrazionale, per cui si arriva a pagare in tasse più di quello che è stato guadagnato nell’anno. In altri termini, al fisco l’imprenditore deve dare tutto ciò che guadagna e, come se non bastasse, anche parte del capitale iniziale”.

Perché si è verificato questo aumento?
“Per effetto della crisi economica. Esiste un balzello in particolare, l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) che si paga non solo sull’utile d’impresa ma anche sui costi aziendali, in particolare sul costo del lavoro e sugli oneri finanziari. Con la crisi economica l’applicazione di questa imposta diventa paradossale: le imprese in perdita ed in difficoltà finanziaria devono pagare tante più imposte quanti più dipendenti e quanti più debiti hanno. Da qui l’aumento dell’incidenza dell’Irap e della pressione fiscale, più in generale, sui redditi tanto delle imprese quanto dei  professionisti. E’ uno scenario preoccupante, tanto più perché nel dover dare allo Stato dei soldi che, di fatto, non ha guadagnato, l’imprenditore ha sempre meno soldi da investire in progetti di sviluppo”.

Dal suo osservatorio, il governo Renzi sta facendo qualcosa per migliorare questa situazione?
“Al momento non vedo spiragli, né di carattere congiunturale né a livello fiscale. Gli unici timidi segnali sono l’abbassamento dell’aliquota Irap dal 3,9 al 3,5%, in realtà molto modesto, e un piccolo aumento dell’Ace, il bonus sugli investimenti introdotto con la manovra Monti. Non c’è altro. Il nostro bilancio statale è rigidissimo, per cui non è possibile abbassare le imposte se non si taglia la spesa. Senza un’azione strategica a monte e senza un taglio della spesa improduttiva (consideriamo solo che il Pil è composto per oltre il 50% dalla spesa dell’amministrazione pubblica), il nostro Paese non riuscirà mai ad essere competitivo. E sottolineo che quanto a livello di pressione fiscale, l’Italia è tra i primi paesi in Europa. Davanti a noi ci sono solo i paesi scandinavi, ma là per le tasse che vengono pagate, esistono servizi che noi nemmeno ci immaginiamo”.

Il Federalismo fiscale non ha portato alcun vantaggio alle imprese e ai cittadini?
“No. Il Federalismo fiscale ha solo aumentato la pressione complessiva delegando parte della discrezionalità agli enti locali. Le spiego il motivo: nessun ente vuole tagliare la spesa pubblica perché ciò vorrebbe dire scontentare parte dell’elettorato. Se si ha la possibilità di non tagliare la spesa andando a prendere i soldi dai cittadini, quindi aumentando le tasse (il cui effetto è meno visibile nell’immediato) il consenso politico sarà maggiore. L’obiettivo di ogni amministratore alla fine è quello di essere rieletto, scaricando i problemi della spesa pubblica all’amministratore successivo”.

Oltre all’eccessiva pressione fiscale, un altro problema denunciato più volte da TRE riguarda le ingiustizie e gli errori commessi dal Fisco ai danni delle imprese. Le risultano?
“Confermo: si tratta di pasticci notevoli che rischiano di far cessare le nostre imprese. Le porto solo un esempio: se il Fisco fa un accertamento per un abbaglio, ha l’obbligo di prendersi un terzo dell’accertato, anche se poi si dimostrerà che ha sbagliato. Questo per dire che il Fisco ha un potere molto rilevante nei confronti dell’imprenditore. Inoltre, gli adempimenti di carattere fiscale e tributario sono molto onerosi. Assistiamo ad una proliferazione di imposte e scadenze che diventano una vera e propria oppressione fiscale. Di conseguenza, anche l’imprenditore in buona volontà si muove continuamente nella paura di aver sbagliato qualcosa, ricorrendo così alla consulenza di professionisti. Che costano”.

Oltre all’analisi dei bilanci delle imprese della provincia, la Fondazione dei Dottori Commercialisti ha in serbo altre iniziative in campo sul tema della pressione fiscale?
“Si, la Fondazione sta completando uno studio sulla pressione fiscale sulle persone fisiche, che verrà presentato nel prossimo autunno. Le anticipo che anche su quel versante ne vedremo delle belle”.