Investimenti, Mediobanca: che botta per i fondi!

risparmioChi avesse investito in tutti i fondi italiani, negli ultimi 30 anni avrebbe subìto una perdita rispetto ad un impiego annuale in BOT a 12 mesi. Un esempio? 100 euro investiti in Bot nazionali nel 1984, sono diventati 592 a fine 2013, 491 con i fondi comuni. E’ la sentenza dell’ultima indagine di Mediobanca

Risparmiatori comprate, guardate che rendimenti, una opportunità irripetibile! Grosso modo sembra questo il tono di tanti inserti e articoli che tessono le lodi dei Fondi (spesso ispirati dei fondi stessi), con l’ammiccante invito a sottoscrivere quote. Ma l’ultima indagine Mediobanca sui fondi e sicav italiani (1984-2013), gela un po’ gli entusiasmi (non è la prima volta) e ci ricorda che le meravigliose sorti di questi investimenti sono più uno specchietto per creduloni che una realtà da portare a casa.

Il rapporto prende in considerazione circa mille fondi di diritto italiano, che gestiscono un patrimonio complessivo di 225 miliardi di euro, il 95% del totale. Un campione, quindi, ampiamente rappresentativo. Unico dato positivo, per il 2013, dopo 9 anni di rosso in cui i riscatti hanno costantemente superato le sottoscrizioni,  è dato da una raccolta netta di segno più per 17 miliardi di euro. Comunque non sufficiente a recuperare le perdite accumulate dopo il 2008, tanto che il settore è sceso al quattordicesimo posto nel contesto internazionale, dalla quarta posizione che occupava nel 2004 (quando gestiva 376 miliardi di euro).
Nel 2013, il rendimento netto medio del patrimonio dei fondi è stato del 3,4%,
 grazie al recupero dei fondi azionari (11,7%) e dei bilanciati (5,6%), come pure dei fondi pensione, sia negoziali (5,4%) che aperti (8,1%); i fondi obbligazionari, invece, si sono fermati all’1,9%.

Quindi tutto bene? Certo, se confrontato con il rendimento 2013 di un Bot non c’è paragone. Ma siccome, quando si investe, in genere lo si fa per un periodo medio-lungo, qui le cose cambiano.
Scrive infatti il rapporto: I rendimenti in un’ottica di lungo periodo sono ancora insoddisfacenti; chi avesse investito in tutti i fondi italiani negli ultimi 30 anni avrebbe subìto, rispetto ad un impiego annuale in BOT a 12 mesi, una perdita di una volta il patrimonio iniziale (aumentato nel periodo di 3,9 volte contro le 4,9 dei BOT ad un anno). Sulla base del tasso risk free (investimenti in titoli di stato privi di rischio), il frutto dei fondi aperti mette in evidenza una distruzione di valore pari a circa 86 miliardi di euro nell’ultimo quindicennio”.

In altri termini: chi, nel 1984, avesse investito e reinvestito una certa cifra in Bot annuali oggi vedrebbe il suo capitale iniziale aumentato di 4,9 volte. Al contrario, lo stesso importo investito nei fondi si sarebbe rivalutato solo di 3,9 volte. Cioè un punto di meno. Ancora più comprensibilmente: 100 euro messi in Bot nazionali nel 1984 sono diventati 592 a fine 2013, 491 se in fondi comuni. E non si dica che trent’anni non sia un periodo lungo.

Rimanendo sui fondi pensione, quelli negoziali (di settore) hanno chiuso il 2013 cumulando un rendimento da fine 2000 del 45%, che per la prima volta dal 2006 supera la rivalutazione del TFR, che è stata del 41,1%. I fondi pensione aperti invece guadagnano appena il 17,9 % nel tredicennio, e in ognuno degli anni dal 2001 in poi, il loro rendimento cumulato rimane distante rispetto a quello del TFR. Lievemente migliore il raffronto riferito all’ultimo quinquennio e ai 10 anni da fine 2003, periodi nei quali il rendimento dei fondi pensione, sia per i negoziali, sia per gli aperti, supera la rivalutazione del TFR.

Tre le cose, dei fondi italiani, che non vanno

  1. I costi di gestione ammontano all’1,2% del patrimonio, con punte del 2,9 per gli azionari, che sono quattro volte quelli americani.
  2. La rotazione del portafoglio, che avviene ogni nove mesi, quando negli USA, si fa ogni due anni. E’ come se i gestori italiani si divertissero a far girare il patrimonio, investendo e disinvestendo in continuazione (in una visione di breve periodo), senza però creare valore. Infatti, fino ad oggi, lo hanno distrutto. Ma i costi di questo far girare inutilmente il denaro, se lo fanno pagare lo stesso.
  3. La scarsa trasparenza: molti fondi (il 58% del patrimonio dei fondi aperti) hanno trasferito la gestione all’estero, soprattutto in Lussemburgo e Irlanda, dove domina l’opacità e la magistratura italiana non può arrivare. Che fiducia si può avere di chi fugge all’estero per non rendere conto del proprio operato?