Irap: “un’imposta da abolire al più presto”

irapDopo la nostra intervista al Presidente della Fondazione Commercialisti di Rimini, Giuseppe Savioli, sull’eccessivo peso fiscale sulle imprese, pubblichiamo l’intervento del presidente dell’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti). “La soluzione? Un condono fiscale da saldare in breve tempo: con il ricavato il Governo potrebbe abolire l’Irap sul costo del lavoro”

di Gianfranco Vanzini

Cos’è l’Irap e cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?
Chiariamo prima di tutto che si chiama Imposta regionale, ma di fatto le aliquote sono determinate dallo Stato centrale. Quindi a tutti gli effetti si tratta di un’imposta nazionale.
Colpisce sostanzialmente il reddito netto aziendale, più gli interessi e il costo del lavoro pagati dall’impresa. Già da questa breve precisazione si capisce che un’imposta che grava particolarmente  e  ingiustamente su due tipi di imprese: quelle che pagano molti interessi  passivi, ma soprattutto quelle che danno più lavoro, che creano più  posti di lavoro e hanno più dipendenti.

Provo a spiegare meglio il meccanismo  di calcolo, perché penso che pochi sappiano bene come funziona questa imposta a dir poco “vergognosa”.
Faccio un esempio. Un’azienda (una srl) ha un fatturato di 500.000 euro, sostiene costi di produzione e generali per 350.000 euro,  ha 5 dipendenti che costano circa 125.000 euro. Ha inoltre 300.000 euro di debiti/mutui sui quali paga il 6% di interessi pari a 18.000 euro all’anno. L’utile netto è di 7000 euro. A questo va sottratta l’imposta sul reddito (IRE) calcolata sul 27,5% che porta via altri 1.925 euro. Restano poco più di 5.000 euro (5.075) di utile netto dopo le imposte, senza ancora tenere conto dell’Irap.

Vediamo che cosa succede ora calcolando l’Irap, la cui aliquota del 3,75% sembra bassa, ma nella realtà dei fatti ha conseguenze pesanti.
L’imponibile su cui calcolarla è costituito da: utile netto, più costo del lavoro, più  interessi passivi. Cioè: 5.075 + 125.000 + 18.000 euro  = 148.075 euro  x  3,5%  =  5.183 di importo IRAP da versare.
Risultato: la nostra azienda dopo avere pagato 1.925 euro di IRE,
dovendo pagare anche l’IRAP ( 5.183) passa da un utile netto di 5.075 euro ad una perdita di 108 euro, con un carico fiscale complessivo superiore al 100% dell’utile prodotto.
Infatti sommando:  IRE (1.925 euro), più IRAP (5.183 euro) otteniamo un totale imposte da pagare di 7.108 euro, superiore all’utile netto prodotto e cioè euro 7.000.
Bel risultato! Complimenti a chi ha inventato questo capolavoro di imposta. Potrà sembrare strano ma è stato un Governo di Centrosinistra.

Gian Franco Vanzini Ucid Rimini

Gianfranco Vanzini

Andiamo avanti. Da questi calcoli, ovviamente approssimati ma di fatto esatti, si ricava chiaramente che, anche se l’aliquota IRE è solo del 27,5%, l’effetto IRAP porta la tassazione complessiva a superare il 100% dell’utile prodotto.
La società  appena descritta, pur attiva e produttiva di utile, deve indebitarsi per pagare le tasse. Se questo non è assurdo ditemi voi.
Aggiungo che in questo  tempo di crisi  prolungata non è improbabile che alla nostra società sia anche capitato che uno o più clienti abbiano avuto difficoltà a pagare e le abbiano prodotto una perdita su crediti di 10.000 euro.
Se teniamo conto di questa perdita il nostro utile di 7.000 euro si trasforma in una perdita di 3.000 euro. A questo punto non si paga IRE perché non c’è reddito tassabile.

Ma l’IRAP?  Eh no, dall’IRAP non si scappa! Al nostro Stato non interessa se l’azienda è in perdita, l’IRAP si paga sempre. Piove sul bagnato. La società che abbiamo preso in esame ha perso 3.000 euro e il Fisco le chiede di pagare  5.005 euro di tasse. Ha perciò bisogno di trovare 8.005 euro e  dove si possono prendere? Solo indebitandosi ulteriormente. Chi è arrivato a legger fino a questo punto sono certo che avrà un moto di disgusto. Però è tutto vero.
Oggi  sappiamo tutti  che l’evasione è alta. Siccome i cittadini evadono, lo Stato applica aliquote esagerate. Siccome le aliquote sono troppo alte, e quindi ingiuste, il cittadino per difendersi continua ad evadere, anzi più le aliquote sono alte più è forte l’incentivo ad evaderle. E’ il cane che si morde la coda.
Aggiungiamo anche che i famigerati  blitz del  Governo Monti e i continui “dagli all’evasore” di quasi tutti i politici, urlati continuamente per nascondere la loro incapacità di governare bene, hanno spaventato tutti. I soldi sono pochi, ma ce ne sarebbero abbastanza, purtroppo chi li ha è talmente ossessionato dalla “caccia all’evasore” che ha  paura di spenderli.

Se vogliamo uscire da questo circolo vizioso qualcuno deve cominciare. Ecco la mia proposta: il Governo vara con un Decreto Legge, da convertire in brevissimo tempo, magari con due voti di fiducia consecutivi, un “condono fiscale tombale” da saldare entro breve tempo per evitare lungaggini e insolvenze. Con il ricavato abolisce l’Irap sul costo del lavoro, così si favoriscono concretamente e immediatamente le assunzioni.

Con un condono non si recupera tutto ma non si perde neppure tutto. L’introito certamente rilevante può servire per eliminare una  imposta ingiusta e dannosa e  riequilibrare un po’ le aliquote in modo che i cittadini siano incentivati  a essere più corretti nei loro rapporti con il Fisco.
Posto che qualcuno deve cominciare  questo deve essere lo Stato, che, fra l’altro ha, in questo campo, molte  colpe sulla coscienza. Dalla crisi non si esce con i pannicelli caldi e le buone intenzioni… A parole, occorrono provvedimenti concreti e forti, per dare quella scossa che tutti invocano. Prima di dire: non va bene, pensiamoci su  poi parliamone.