La moda degli swap e i Comuni alla deriva

Centinaia di enti locali negli ultimi dieci anni si sono affidati agli Swap, noti anche come derivati. Nella maggior parte dei casi aggravando i bilanci. Risultato: Rimini e Cattolica si sono dovute affidare a legali per avere dei risarcimenti, solo Riccione ci ha guadagnato 230mila euro. Ecco il vero volto di un finanziamento che ha portato tutti in Tribunale

di Isabella Ciotti

Immaginiamo di essere un ente locale, un Comune o una Regione, indebitato per qualche centinaia di migliaia di euro. Le nostre finanze sono legate alla Cassa Depositi e Prestiti, con la quale abbiamo contratto un mutuo a un tasso fisso piuttosto elevato. Immaginiamo che ci contatti una banca, e ci spieghi che esiste una possibilità di rinegoziare il nostro debito, arrivando persino a guadagnarci qualcosa. Nello specifico, la banca ci invita a scambiare il nostro tasso fisso con uno variabile, e ci fa una proposta: scommettere sul futuro andamento del tasso. Se ci azzecchiamo, riempiremo le nostre casse, se sbagliamo riempiremo le sue. Entro un certo limite, s’intende. Cosa faremmo? Sembra un po’ un azzardo, soprattutto se consideriamo che la posta in gioco è il benessere economico dei nostri cittadini. E noi non abbiamo certo le stesse capacità previsionali di un istituto di credito. Ora però immaginiamo che la nostra controparte ci consenta di partire in vantaggio, fornendoci subito una consistente liquidità che riequilibri la scommessa: a pensarci bene, ci sono molte opere pubbliche da realizzare, e indebitati come siamo, qualche soldino pronto all’uso non ci farà certo male. Se fossimo davvero in grado di fare previsioni, capiremmo che un po’ di male rischiamo di farcelo, e forse non accetteremmo. Ma resistere alla tentazione non è facile, soprattutto se siamo negli anni Duemila e tanti altri enti hanno già accettato proposte simili. Siamo proprio sicuri di voler rifiutare?

I panni che stiamo vestendo sono quelli delle centinaia di enti locali che negli ultimi dieci anni si sono affidati a un particolare strumento della finanza derivata, il contratto Swap. Con il risultato, nella maggior parte dei casi, di aggravare il loro bilancio e di aprire un contenzioso con la banca. Nel settembre 2012, secondo Bankitalia, le amministrazioni pubbliche esposte ai derivati erano oltre 200, per un ammanco potenziale di 6,6 miliardi di euro. E tre anni prima il dipartimento del Tesoro aveva segnalato come vincolati a contratti Swap ben 18 Regioni, 42 Province e 603 Comuni, per un valore di 35,7 miliardi. Tra estinzioni e chiusura anticipata dei contratti, spesso a seguito di contenziosi, oggi il fenomeno ha subito una contrazione rispetto al 2009, e in una nuova analisi condotta a fine 2012, il Tesoro riporta un totale di 266 enti ancora coinvolti. Al 2014 una cosa è certa: escludendo i contratti tuttora in vita, l’era degli Swap per gli enti territoriali è finita, almeno fino a nuovo ordine. Li vieta la moratoria della Finanziaria 2009, poi confermata dall’attuale legge di stabilità.

Come si è arrivati a questo punto?

Perché finora questi contratti non hanno fatto altro che portare tutti in Tribunale? Per spiegarlo ci faremo aiutare dall’avvocato Luca Zamagni, difensore nel 2010 del Comune di Rimini e consulente per molti altri enti sul territorio nazionale.

Tutto è iniziato nel 2001, quando gli Swap, già utilizzati tra gli istituti finanziari, sono stati estesi anche agli enti locali, con due precise finalità: l’ammortamento del debito e il perseguimento di una convenienza economica. Lo dice la legge, l’Art. 41 della Finanziaria 2002. “Di norma, lo Swap è uno strumento per la gestione del rischio, e se usato in maniera opportuna può portare dei vantaggi”, spiega Zamagni.
Ma in cosa consiste realmente?

A partire da un valore sottostante chiamato capitale nozionale, ad esempio un mutuo, due parti si accordano per scambiare tra di loro flussi di pagamenti calcolati su due diversi tassi d’interesse: analizzando l’andamento del mercato, un Comune si aspetta, ad esempio, di dover pagare ‘Euribor + una somma x’, mentre la banca, che è sua controparte, prevede di  versare ‘Euribor + y’. Ogni semestre, attraverso un calcolo basato su variabili matematiche, si verifica quale parte dovrà pagare di più rispetto al tasso corrente, e si regolano i reciproci flussi con una compensazione: in pratica, una parte versa all’altra il differenziale negativo, e viceversa. Va da sé che se i tassi del mercato monetario sono molto bassi, e una parte ha invece puntato in alto, le perdite saranno elevate.

Resta un dubbio: perché sono quasi sempre gli enti a perderci?
Primo: la banca avrà sempre maggiori informazioni rispetto alla controparte. Perché è una banca. “Anche quando non formalizzato – spiega Zamagni –  le sue conoscenze le conferiscono il ruolo di advisor, di consulente”. E’ dunque suo dovere essere il più possibile trasparente, ma soprattutto assicurarsi che chi all’interno dell’ente si occupa di sottoscrivere il contratto, sia un operatore qualificato, cosa che spesso non accade”.
Secondo motivo: la liquidità fornita inizialmente al Comune, chiamata up front, di fatto corrisponde a un ulteriore prestito, e a un futuro indebitamento. “Più soldi becco all’inizio, più è possibile che ci perda alla fine. Non esiste nessuna banca che faccia beneficenza e questo gli enti locali non lo hanno capito. Al punto che mi è capitato di leggere bandi in cui i Comuni, volendo scegliere tra più banche, richiedevano come prerequisito un up front molto alto”.
Terzo: l’ente non sempre riceve esattamente la cifra iniziale promessa. Si chiamano costi occulti quelle commissioni che la banca sottrae all’up front presentandole come un controvalore del rischio assunto nel contrattare con un soggetto fortemente indebitato. “Ma il fatto stesso di concedere un up front evidenzia che il rischio è maggiore per l’ente”.
Quarto: i contratti Swap hanno lunga durata, decennale o addirittura ventennale. E quando il Comune inizia ad accumulare differenziali negativi, preferisce posticipare il pagamento nella speranza di avere più fortuna nei semestri successivi, accrescendo ancora di più il proprio debito. Un po’ come nel gioco d’azzardo.

Se a questi motivi si aggiunge il fatto che spesso i contratti non vengono stipulati in maniera conforme a quanto previsto dalla legge, è facile capire come questi strumenti siano stati viziati al punto di dover essere vietati. Ma, fortunatamente, sono anche i motivi per cui ad oggi la maggior parte delle battaglie legali si sono concluse a favore dei Comuni.

Il Municipio di Cattolica

Il caso di Cattolica

Il comune cattolichino, dopo aver perso la causa in primo grado contro BNL nel 2009, lo scorso 11 marzo si è vista dare ragione dalla Corte d’Appello di Bologna, e oggi è in attesa di ricevere un risarcimento per diverse centinaia di migliaia di euro. Era stata la giunta dell’ex sindaco compianto Gianfranco Micucci, ad approvare tra il 2003 e il 2004 tre contratti Swap che sarebbero durati fino al 2025. E il responsabile dichiaratosi al tempo operatore qualificato, non era altro che un ragioniere. Troppo poco per un confronto con BNL. “Non ci si può affidare a strumenti di cui non hai il controllo – commenta oggi Piero Cecchini, attuale sindaco di Cattolica e sfortunato erede del debito – ma a quel tempo c’era ancora poca comprensione da parte del mondo politico. E’ stato come farsi portar via un diamante per una collanina di plastica”. Per di più, il contratto era stato redatto senza una dettagliata analisi del mutuo sottostante, ed è questo uno dei motivi che ha portato al suo annullamento. Insieme ad altri due principi, che stabiliti per la prima volta da una corte d’Appello in sede civile, segnano un precedente nella storia giuridica di questi contratti: uno Swap che prevede un up front è da considerarsi un finanziamento simile ad un mutuo, e dunque deve essere trattato come tale, e i comuni sono di fatto clienti non professionali, anche quando si dichiarano operatori qualificati.

Piazza Cavour con il Palazzo Comunale sullo sfondo

Prima della “regina” è stata la volta di Rimini

Il comune capoluogo ha avviato una battaglia legale contro Unicredit. Per i suoi tre rate interest swap, stipulati tra il 2001 e il 2003 con scadenza tra il 2007 e il 2015, il Comune si era fatto consigliare da un advisor, un consulente legato però alla stessa banca. Vittoria sancita dal Tribunale di Rimini: i contratti non erano conformi alle norme del Testo Unico della Finanza e l’amministrazione non poteva ritenersi un operatore qualificato, pur essendosi dichiarata tale, perché di fatto era assistita da un consulente. Tra l’altro, avendo stipulato i contratti fuori sede (in Comune e non nei locali della banca) l’ente avrebbe dovuto sapere della possibilità di recedere entro sette giorni. Ma l’informazione non è stata data, e allora nel 2010 addio Swap. Benvenuto, invece, risarcimento: 651mila euro più 350mila di differenziali più 500mila euro virtuali legati ai contratti ancora in essere al tempo del contenzioso.

Villa Mussolini a Riccione

Riccione, dal contratto invece ci ha guadagnato

Quello della “Perla” è stato uno dei pochissimi Comuni in Italia ad averla avuta vinta, senza avvocati né consulenti, incamerando 230mila euro di differenziali dal Credito Romagnolo. Contattato persino da il Sole 24 Ore per capire come era stato possibile. “Con quel pizzico di sana diffidenza contadina – ci spiega oggi il sindaco di allora, Daniele Imola -. “Abbiamo fatto una sola operazione, molto modesta e di breve durata”. Cinque anni, dal 2004 al 2009, vissuti con ansia e seguendo l’andamento dei tassi giorno per giorno. Ma l’amministrazione ne avrebbe fatto volentieri a meno. Sono state le continue richieste, le pressioni ricevute dall’esterno a far sì che anche Riccione cedesse. “Ricevevo telefonate da parlamentari che definivano queste operazioni il futuro degli enti locali”, ricorda Imola. Ma ricorda anche altro: “Un giorno una di queste banche mi invitò in un ristorante extra lusso di Milano. Di fronte alle mie perplessità, questi funzionari bocconiani in giacca e cravatta mi fecero sentire un poveretto, uno che non sapeva come andava il mondo. Sono tornato da quel viaggio con molta rabbia: sentivo che non era una cosa positiva, ma non avevo gli strumenti per poterla confutare. Anche il dirigente comunale di allora, Pio Biagini, mi diceva: ‘io non lo farei perché sento che c’è qualcosa che non va’. Ma nemmeno lui sapeva dirmi con precisione cosa e perché non andava”.