L’apprendistato torna a volare

A Rimini è boom di apprendisti. Dopo la riforma Fornero del 2012 e la conseguente revisione del testo unico dell’apprendistato, la Provincia di Rimini ha registrato una crescita esponenziale di questa tipologia contrattuale. Essendo entrati in vigore i suoi vincoli il 1° gennaio 2013 e alla luce dei primi dati elaborati dal Centro Studi per le Politiche del Lavoro di Rimini, è tempo di fare alcune considerazioni.

Gli avviamenti di apprendisti nella provincia sono schizzati a 3.611 unità nel primo semestre del 2013. Quasi il triplo dei 1.267 registrati nello stesso periodo dello scorso anno. A fine 2012 l’apprendistato aveva chiuso con un saldo negativo del 10,8%, passando dai 6.211 del 2011 ai 5.539 del 2012. Dunque, archiviato il primo semestre, sembrano esserci i presupposti per battere i risultati degli scorsi anni. “È un bel segnale – commenta Meris Soldati, assessore provinciale al Lavoro -. Lo strumento dell’apprendistato così come è stato rivisto, sta funzionando. È positivo perché prevede dei pacchetti formativi”. Qualità e competenza come misure per uscire dalla crisi ed agganciare la ripresa: “Si tratta di un investimento non solo per l’azienda, ma anche per il ragazzo. L’apprendistato prevede l’incontro di due esigenze: quella dei datori di lavoro che ricercano del personale da formare in base alle loro esigenze e quella dei giovani che imparano, così, un mestiere”.

Un altro dato salutato con favore da istituzioni e sindacati è la contemporanea diminuzione del lavoro intermittente (o a chiamata), considerato roccaforte del precariato. L’apprendistato si è guadagnato nel semestre appena trascorso il 6% dei 59.757 avviamenti totali della provincia, segnando un +4,1% rispetto al 2012. Il lavoro intermittente ha invece subito una drastica flessione del 16%, continuando però ad accaparrarsi una cospicua fetta di mercato (14,9%). Le altre forme contrattuali sono rimaste pressoché invariate, eccetto i contratti a tempo determinato, con un differenziale di 11 punti percentuali sull’anno precedente. Alberghi e ristoranti, come prevedibile, hanno fatto incetta di apprendisti: il 58,2% di questi si annovera fra le loro file, ovvero 2.100 giovani, mentre un anno prima erano solo 457 (36% del totale). Seguono il resto del terziario (23,3%), il commercio (10,4%), l’industria (4,4%) e le costruzioni (3,6%). Solo due contratti sono stati firmati nel settore primario. Gli apprendisti riminesi si ripartiscono equamente fra uomini e donne. Il 66,3% ha un’età compresa fra i 19 e i 24 anni, ma non mancano i minori (7,7%). Il resto è over25 (26%).

Le modifiche della Riforma Fornero

Centri per l’Impiego: si naviga a vista

Ma quali sono state le modifiche sostanziali della riforma?
In principio era l’ambizioso argine contro la precarizzazione. Quindi snellimento delle 46 forme contrattuali, caccia ai finti subordinati, ultimatum alla flessibilità in entrata compensata da una maggiore flessibilità in uscita. Il tutto passando per un apprendistato ristrutturato. Il suo Testo Unico – D. Lgs. 167/2011 – lo definisce come “un lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e alla occupazione dei giovani”. Ve ne sono di tre tipi: quello per la qualifica e il diploma professionale (per chi ha fra i 15 e i 25 anni), quello professionalizzante (18-29 anni) e l’apprendistato di alta formazione e ricerca (18-29 anni). A Rimini la quasi totalità (98,7%) si affida al secondo caso, ovvero 3.566 contratti contro i 43 del primo e i 2 del terzo.

Come ha impattato il nuovo apprendistato sul mercato del lavoro riminese?
“Condividiamo l’impianto, frutto di contrattazioni”, afferma Silvia Zoli della CGIL di Rimini, “però sono presenti ancora delle lacune a partire dal vincolo di stabilizzazione”. Un datore di lavoro con più di 10 dipendenti è obbligato a “stabilizzare” il 50% dei giovani allo scadere dell’apprendistato, assumendoli, per poterne avviare degli altri. Essendo da poco entrata in vigore tale norma, occorre ancora attendere qualche anno per vedere quanti ragazzi sono stati effettivamente assunti a tempo indeterminato. L’assessore Soldati assicura: “Nella stragrande maggioranza delle imprese che ho conosciuto, i giovani che hanno formato se li sono tenuti”. Peccato, però, che le imprese con più di 10 dipendenti siano a Rimini solo il 5,2% delle quasi 36mila realtà locali. Il tessuto della provincia poggia per il 94,8% su micro imprese, ovvero 33.982 aziende non soggette al vincolo di stabilizzazione.
Anche un’altra peculiarità della riviera, il lavoro stagionale, trova delle resistenze nel nuovo testo. I minori, infatti, vengono lasciati a casa. “Si parla di 1.300 solo lo scorso anno”. Il loro apprendistato prevede pacchetti formativi di 1.000 ore, troppe per un lavoro di pochi mesi. A tal proposito, Graziano Urbinati, Segretario CGIL, fa una riflessione di respiro nazionale: “La politica deve comprendere le specificità dei territori. È una peculiarità di Rimini quella di fare la stagione da ragazzini. Una pratica che non vuole sostituire la scuola, ma che è educativa. Così, invece, si rischia di fomentare il lavoro nero”. Un datore di lavoro, infatti, preferirebbe assumere un economico apprendista maggiorenne rispetto ad un dispendioso minore con contratto a termine. Considerata l’età massima di un apprendista posta a 29 anni, è facile che under18 e over30 vengano tagliati fuori dalla ‘stagione’.

“Anche la burocrazia è un disincentivo”, denuncia Silvia Zoli. “Con 40 pagine per il piano formativo e i bollettini quotidiani da compilare c’è il rischio che tutto venga affrontato in maniera non veritiera. È giusto che ci sia un controllo, perché ci sono dei finanziamenti pubblici in campo, però è eccessivo”. E aggiunge: “Il numero di ore di lezione dell’apprendistato professionalizzante è scarso rispetto alle altre forme. Sembra quasi un contratto d’ingresso”. Si tratta di un massimo di 120 ore. “Le aziende hanno molti benefici, quindi dovrebbero essere compensati con obblighi e doveri che partono dalla formazione e dalla stabilizzazione”. D’altro canto sono visti con favore la durata minima fissata a 6 mesi (prima inesistente) ed il diritto all’Aspi, l’assicurazione sociale. Inoltre, “ora, con la possibilità di offrire apprendistati anche di 5 anni è difficile che un datore voglia separarsi da un lavoratore dopo che vi ha investito così tanto. Questo vale soprattutto per settori come l’artigianato (elettricisti, parrucchieri…) in cui da sempre si punta sulla formazione del giovane”.

Ma l’apprendistato conviene più al capo o al dipendente? Certo per i datori di lavoro è una manna dal cielo. Via oneri e contributi, giù lo stipendio. L’inquadramento di un apprendista può essere ridotto del 20% rispetto a quello di un qualificato nel settore del turismo, a scendere fino al 50% nel caso di contratti più lunghi. Praticamente un lavoratore a impatto-zero sulle sue tasche. Per questo, come contrappeso, l’imprenditore deve impegnarsi ad accompagnare il lavoratore con pacchetti formativi finanziati dalla regione (di nuovo: sconti). Sono sufficienti queste ore di lezione come scotto da pagare per i benefici economici da loro ricevuti o vengono questi apprendisti trattati di fatto alla stessa stregua degli altri dipendenti? Difficile fare generalizzazioni. Andrebbe valutato caso per caso. Certo è che considerati tali sgravi fiscali, non c’è da stupirsi del successo che questa soluzione contrattuale ha riscosso nel dopo Fornero.
In sintesi, per la CGIL “il giudizio sulla riforma non è negativo. Però se il contratto avesse centrato di più la questione della stabilizzazione il giudizio sarebbe migliore. Le grosse aziende, infatti, non usano molto l’apprendistato, sono più le piccole. Per cui il mancato vincolo è una grossa lacuna che rischia di vanificare un impianto con molti aspetti positivi”.

In conclusione, il successo dell’apprendistato non deve trarre in inganno. Purtroppo la sua volata non è la conseguenza di un aumento generalizzato dei posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione della provincia di Rimini è inesorabilmente aumentato: quello giovanile è fluttuato negli anni della crisi attestandosi al 20,5% nel 2012 contro un 15,5% del 2011; quello generale è sempre stato in ascesa, toccando quota 9,8 nel 2012. Dunque la brillante ripresa dell’apprendistato nel 2013 è dovuta ad una migrazione dal lavoro intermittente, sempre più ostacolato, verso di esso. L’assessore puntualizza: “Vanno bene le modalità introdotte e gli incentivi, però prima di tutto bisogna creare opportunità di lavoro: nel paese deve riprendere l’economia. Ci devono essere investimenti e politiche a livello nazionale per uscire da questa crisi, così che le imprese tornino ad assumere”. Per sopperire al “grido di dolore” del mercato del lavoro locale, la Provincia sembra poter fare poco: “Non abbiamo risorse da mettere in campo per aumentare l’occupazione, né strumenti normativi”, sottolinea Soldati rivolgendo, dunque, un ultimo e categorico appello a Roma: Fate presto!”.

Centri per l’Impiego: si naviga a vista


Il piano europeo Youth Guarantee,
quello per la garanzia di un’occupazione ai giovani entro quattro mesi dal diploma o dall’ultimo lavoro, prevede un ruolo centrale dei Centri per l’Impiego nell’incrocio fra domanda e offerta di opportunità. Su di essi, però, grava una spada di Damocle politica: la futura estinzione delle Province. In Italia, secondo uno studio Isfol Plus, solo il 3,9% dei cercatori di lavoro ricorre ai Centri per l’Impiego affidati alle Province; percentuale che precipita fra i laureati: uno su cento. Togliendo la virgola si ottiene, invece, la percentuale di quanti facciano ricorso ad amici, parenti e colleghi – le conoscenze – per cercare lavoro, ovvero il 39%: un valore che sale al decrescere del grado di formazione. Secondo l’assessore Soldati Rimini è in controtendenza: “Abbiamo quantità straordinarie di incrocio fra domanda e offerta di lavoro. Non in tutta le regione questi uffici funzionano bene come da noi”. E il dirigente del Centro per l’Impiego Tatiana Giorgietti aggiunge: “I nostri operatori sono altamente specializzati. È la nazione che dovrebbe mutuare alcune esperienze fatte a livello locale per favorire una circolazione delle buone pratiche”. “Però – aggiunge Soldati – il fatto che la Provincia abbia ancora pochi mesi di vita getta il nostro lavoro nell’incertezza più totale: non sappiamo che fine faranno questi servizi, se andranno alla Regione o se torneranno allo stato; c’è chi dice privatizziamo tutto: regna la confusione più totale, con effetti sulle persone che vi lavorano”.

Mirco Paganelli