Lo strano caso dei fondi pensione: attenti ai costi

Fondi pensione RiminiI lavoratori italiani iscritti a qualche fondo pensione o assicurazione individuale sono il 27,7%: ancora lontani dall’obiettivo della riforma Dini che puntava al 40%. Sulla scelta influiscono i rendimenti ma soprattutto i costi di gestione che chi sottoscrive non sempre conosce. E alcuni gestori non rendono noti come dovrebbero

di Primo Silvestri

Lo sappiamo, un tempo per la pensione bastava affidarsi ai versamenti dell’Inps, poi le cose sono cambiate, la popolazione è invecchiata, il lavoro è diventato sempre più intermittente, quindi il rischio, soprattutto per le giovani generazioni, è di ritrovarsi, da anziani, con pensioni molto leggere, per tanti al limite della sopravvivenza. Si stima che nel prossimo ventennio la pensione media si ridurrà sempre più rispetto al salario medio, passando dall’attuale 45 al 33% nel 2036. Sembra lontano, ma non troppo. Ecco quindi spuntare i Fondi pensione che dovrebbero, con i loro rendimenti, costituire una entrata complementare alla pensione dell’Inps maturata (che oggi dipende dai contributi effettivamente versati).

In Italia ci sono tre tipi di pensione “privata”: quella affidata a un fondo di categoria, previsto dai contratti nazionali e co-gestito da imprese e sindacati (“fondi negoziali”); quella affidata ai “fondi aperti”, creati da banche, assicurazioni e altre entità finanziarie; e le polizze assicurative con finalità previdenziali (“Pip”) ad adesione individuale. L’anno scorso c’è stato un incremento della previdenza privata, ma non di quella negoziale, che ha pure perso qualcosa.
Una circostanza su cui riflettere è che, da diversi anni, i fondi pensione negoziali – pur usufruendo della contribuzione aziendale e di costi minori – vedono ridursi il numero degli iscritti mentre aumentano le adesioni ai fondi aperti e a quelli individuali che non hanno quei vantaggi.

Come mai c’è chi sale e chi scende? Pare, stando al Rapporto sullo stato sociale 2015 curato dall’economista Felice Roberto Pizzuti, che ciò non dipenda tanto dai rendimenti ottenuti dalle varie gestioni, più o meno equivalenti, ma soprattutto dai costi di gestione, che chi sottoscrive non sempre conosce e i gestori si guardano bene dal rendere noti: questi costi sono molto diversi.
Per esempio, pochi sanno della commissione di incentivo o di performance che funziona così: se un mese il fondo fa faville, il gestore si prende una lauta commissione, ma se il mese dopo crolla, non la deve restituire. Che i gestori dei Fondi italiani si ritaglino buone commissioni è già emerso nel passato e vuol dire che nulla è cambiato. La Consob, l’Autorità di vigilanza dei mercati finanziari, in un comunicato diramato il 13 luglio scorso, ha richiamato i gestori dei Fondi ad “anteporre l’interesse del cliente a quello degli intermediari”, anche nel rispetto della normativa europea Mifid che disciplina la prestazione dei servizi di investimento.

Ma non è tutto. Dove investono, i Fondi, i risparmi dei lavoratori e delle lavoratrici italiane?
Il 70% all’estero e solo lo 0,8% in acquisti di azioni nazionali. La cosa è particolarmente clamorosa per i fondi negoziali, nei cui consigli siedono rappresentanti di quelli che dovrebbero difendere il lavoro e le imprese in Italia: viene fuori che solo l’1% del loro patrimonio va a capitale azionario italiano.
Non va meglio ai titoli pubblici nazionali: l’investimento in titoli di debito dello Stato italiano è, per i fondi negoziali, di appena il 29% (meno della metà rispetto a prima della crisi). Fanno un po’ meglio i fondi aperti, che investono quasi la metà del loro portafoglio-titoli in Italia, e, quanto alle azioni, l’8,4%.
Questo comportamento stride con le promesse legate all’avvio della previdenza complementare – che doveva anche rilanciare la Borsa italiana, si disse – e con il fatto che, come ha certificato di recente anche la Banca d’Italia, il principale ostacolo alla ripresa è adesso proprio la carenza di investimenti.
Da qui la proposta, lanciata dal citato Rapporto, di portare fondi e assicurazioni a investire almeno in Italia, in modalità più trasparenti e controllabili. Attualmente le simulazioni dei Fondi (quelle che presentano ai clienti quando vanno a firmare un contratto) si basano sull’ipotesi che in media i titoli pubblici renderanno il 2% e le azioni il 4%: ipotesi ritenute decisamente ottimistiche, ma accettate dall’Autorità che controlla il settore, la Covip, come normali.