Non è un Paese per imprenditori

Il presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali, è intervenuto, prima delle ultime festività, dichiarando che è una follia per un’azienda che vuole allargarsi dover richiedere 36 permessi. E’ vero. Come è una follia (come mostra un altro articolo in questo numero) che per un impianto fotovoltaico familiare a Rimini ci vogliano quasi 20 documenti quando in Germania basta un clic di computer.

E’ un decennio che la stessa Provincia – ma non è solo colpa sua –  promuove protocolli dove la semplificazione burocratica compare sempre al primo posto, ma poi, come si vede, i risultati scarseggiano. Se adesso si comincia a fare effettivamente qualcosa, ciò non può che essere accolto con favore.

Ricordiamo, per fare un esempio, il caso di un’impresa di Camerano (Poggio Berni), area industriale dietro Santarcangelo, che produce macchine agricole: nel 2001 ha presentato una istanza di ampliamento e all’inizio dell’anno scorso era ancora in attesa di risposta. Oggi occupa una quindicina di dipendenti, ma se avesse più spazio potrebbe arrivare ad un centinaio. In tempo di crisi occupazionale una risposta più rapida dovrebbe costituire il minimo.

Quello degli ostacoli che impediscono alle imprese di muoversi con più agilità, per potersi concentrare meglio sulle attività proprie è un male italiano che mostra qualche timido segnale di miglioramento, ma il cammino da percorrere è ancora lungo. Sarebbe allora utile che i candidati alle prossime elezioni, invece di perdersi in discussioni aeree facessero proposte convincenti sui tanti impedimenti che limitano la ripresa dell’economia locale come nazionale.

I dati. L’ultimo rapporto della Banca Mondiale sulla facilità di fare impresa (Doing Business 2013) classifica l’Italia al 73° posto in una lista di 185 Paesi, con un balzo di 14 posizioni rispetto all’anno precedente. Se si considerano le pratiche e i costi richiesti per avviare una attività, nel BelPaese il numero di procedure (6) e i giorni richiesti (6), sono meno che in Germania e gli stessi degli USA, che nella graduatoria generale è al quarto posto, ma la differenza è che costano moltissimo di più.

Un permesso per costruire un capannone richiede in Italia, quasi a parità di procedure (11) con i paesi concorrenti, 234 giorni, più del doppio della Germania e nove volte quelli di Singapore, con costi proporzionalmente molto superiori.

Per allacciare una linea elettrica da noi ci vogliono 155 giorni, ma in Germania ne bastano 17, con una spesa sei volte inferiore. Anche l’energia è cara, ma qui costa di più anche arrivare ad ottenerla. Forse una maggiore concorrenza tra i fornitori, eliminando posizioni monopolistiche, aiuterebbe. Un piccolo esempio: in Germania una famiglia che ha installato un impianto fotovoltaico può vendere la sua energia al vicino, se il prezzo per lui è conveniente. Al contrario, in Italia, esiste un unico acquirente e venditore, e nessuno può competere. Così a rimetterci, con tariffe più care, sono le famiglie e le imprese.

Sulle esportazioni, che anche nel Riminese, in un momento di forte crisi del mercato interno sono l’unica ancora di salvezza per le imprese attrezzate, chiediamo lo stesso numero di documenti (4) degli altri, ma poi impieghiamo 19 giorni per far partire la merce, più del doppio del tempo necessario in  Germania e il triplo degli Stati Uniti. E la merce che sta ferma rappresenta un costo.

Ma il disastro più completo, dove l’Italia si colloca alla 160ma posizione, in fondo alla classifica, arriva con i tempi richiesti dalla giustizia per dirimere vertenze commerciali: in Italia ci vogliono 1.270 giorni, più di tre anni, per arrivare ad una sentenza, quando in Germania sono richiesti 394 giorni  e a Singapore si risolve tutto in 150 giorni. Su questo versante addirittura c’è stato, in Italia, un peggioramento rispetto ad un anno fa. I costi aumentano di conseguenza.

Paragrafo tasse: 269 ore sono necessarie in Italia per adempiere a tutti i pagamenti, in concreto 34 giorni lavorativi, contro le 207 ore della Germania,  le 110 della Gran Bretagna e le 82 di Singapore. Facendo la somma di tutte le tasse, compreso i contributi sociali, ecc., un’impresa italiana versa al fisco il 68% dei ricavi. In Francia si versa poco meno, in Germania e negli Stati Uniti il 47-48%, il 35% in Gran Bretagna e solo il 28% a Singapore.

Tanto si discute dei costi del lavoro, che secondo alcuni sarebbero l’ostacolo principale. Da qui le richieste continue di flessibilità, che poi si traducono in precarietà. In Germania un contratto a tempo determinato può durare al massimo 24 mesi, in Italia 44; il salario mensile minimo di un apprendista è di 865 euro, da noi è di 1.374, il 59% in più. Col risultato che il costo di un apprendista si porta via in Italia il 40% del valore aggiunto per lavoratore, mentre in Germania si ferma al  20. Siamo invece più vicini sulle ferie pagate: 20 giorni in Italia, 24 in Germania.

Competere, come si vede, vuol dire mettere mano a un complesso di situazioni, perché una sola, senza coordinamento con tutto il reso, non basta.  Questo vale a livello nazionale, ma anche locale.