Pensioni integrative: attenzione ai rendimenti a lungo termine!

Sono circa sei milioni gli italiani iscritti a qualche forma di previdenza complementare, da poter cioè affiancare, nel futuro, alla pensione normale. Le tipologie di Fondi pensione sono diverse: si va da quelli negoziali, detti anche chiusi, quando emanano da accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali di settori specifici, ai fondi aperti, cioè slegati dalla contrattazione collettiva, creati e gestiti da banche, assicurazioni, Sgr e Sim e poi collocati presso il pubblico; per finire con i Piani Individuali Pensionistici (PIP), anche questi aperti a tutti e molto simili a polizze assicurative.

Come riportano i giornali degli ultimi mesi, i fondi pensione negoziali (meno di 2 milioni di iscritti, in diminuzione visto il calo degli occupati) hanno reso, nell’ultimo anno il 6,5 per cento di media. Nessuno ha fatto registrare rendimenti negativi e i migliori sono stati sopra il valore medio. Messo così, il rendimento è senz’altro buono, ma come abbiamo più volte scritto, data la natura stessa dei fondi, il rendimento di breve periodo va bene, ma deve contare di più quello di lungo periodo, che è il tempo in cui si raccoglieranno i frutti dell’investimento fatto. Qui le cose sono meno rosee: fatta accezione per 4-5 fondi negoziali che negli ultimi cinque-sei anni hanno reso intorno al 4 per cento annuo, tutti gli altri (la stragrande maggioranza) non arrivano al 3 per cento, quando non sono andati peggio. Sono rendimenti perfino inferiori ad un Btp a dieci anni, dove si rischia molto meno (i principali rischi dei Fondi derivano dall’insolvenza/fallimento dei fondi medesimi e dagli andamenti del mercato finanziario, che come la storia recente insegna non sono proprio stabili e trasparenti).
Per chi invece pensa di investirci il Tfr (trattamento di fine rapporto) vale la pena un’altra considerazione: nessun Fondo garantisce il potere d’acquisto delle pensioni future, cioè tra 20-30 anni, mentre il Tfr è agganciato al costo della vita, quindi si rivaluta con l’aumento dei prezzi. Una garanzia non disprezzabile.
Nei tempi più lunghi poi, secondo l’annuale indagine di Mediobanca, i rendimenti sono stati persino peggiori, perché chi avesse investito, negli ultimi 28 anni (dal 1984 al 2011) nei Fondi (tutti i fondi), oggi si troverebbe con un rendimento inferiore ad un BOT a 12 mesi.

Nel resto del mondo i ritorni sono leggermente migliori ma non eccezionali: secondo l’ultimo bollettino Ocse  Pension market in focus, del settembre 2012, una persona che avesse investito per 40 anni in un Fondo pensionistico, al momento di andare in pensione avrebbe ottenuto un rendimento annuo del 2,8 per cento in Giappone, del 4,2 per cento in Germania, 4,4 per cento negli USA e del 5,8 per cento in Regno Unito.

Un BTP a dieci anni, stando alle ultime aste pubbliche, rende, in Italia il 4 per cento netto e si rischia molto meno. Indicizzato all’inflazione (europea) si è garantiti sul versante inflazione.