Rimini, dieci anni di economia in un libro: quanti punti critici!

La presentazione del libro di TRE con (da sinistra) Primo Silvestri, Maurizio Temeroli, direttore Camera di Commercio Rimini, e Guido Caselli, direttore centro studi Unioncamere Emilia Romagna

La presentazione del libro di TRE con (da sinistra) Primo Silvestri, Maurizio Temeroli, direttore Camera di Commercio Rimini, e Guido Caselli, direttore centro studi Unioncamere Emilia Romagna

26mila riminesi senza lavoro, giovani neolaureati penalizzati. Innovazione al ralenty e turismo bloccato… Rimini sconta molti ritardi in regione. E non è solo colpa della crisi ma di deficit strutturali “mai affrontati”. Nel nuovo libro edito da IlPonte per i 10 anni del mensile TRE una fotografia dettagliata della situazione economica provinciale. Una banca dati su tutti i settori, demografia, lavoro e imprese, turismo, formazione, credito e cultura

Costruire il futuro, prendendo spunto dal passato. Con questo proposito il Mensile TRE – TuttoRiminiEconomia (supplemento del Settimanale Il Ponte), pubblica per i suoi dieci anni di vita il libro Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro che riassume in maniera esclusiva, per la prima volta in questo territorio, i dati dell’economia riminese dell’ultimo decennio. Un periodo per la maggior parte contrassegnato dalla crisi, anche se molti dei dati contenuti nella pubblicazione mostrano che i punti deboli della provincia di Rimini non sono solo legati alla crisi.
“Ci sono criticità strutturali precedenti, che non sono state mai affrontate” sottolinea il curatore del libro e direttore del mensile TRE, Primo Silvestri. “La prima, e più importante criticità – prosegue – riguarda sicuramente il deficit di opportunità lavorative e imprenditoriali per i tanti giovani che investono in formazione, universitaria e non. E’ vero che il problema è generale, ma a Rimini c’è qualche ritardo in più da colmare”.
Questo considerando anche la presenza, importante, di un settore turistico ad alta intensità di lavoro, ma a bassa propensione ad assumere figure di formazione universitaria (nel 2015, secondo l’indagine Excelsior, se ogni cento assunzioni previste dall’industria meccanica ed elettronica i laureati erano 16, nel turismo scendono a 0,6).
“Tante imprese, ma piccole – prosegue Silvestri – sono un serio ostacolo per innovare, fare ricerca, uscire dai confini locali e proiettarsi nei mercati internazionali. Ci sono delle eccezioni, importanti e valide, ma sono troppo limitate per invertire una tendenza. Senza una ricollocazione del profilo economico di questo territorio, che vuol dire investire di più nelle imprese innovative, vecchie e nuove, turistiche e manifatturiere – le stesse che il prof. Zamagni chiama ad ‘alta potenzialità di crescita’ – offrire nuove e buone opportunità di lavoro sarà molto difficile”.

Secondo Silvestri, “la società e la politica locale, a partire dai punti di forza e di debolezza evidenziati, deve dotarsi di un progetto di sviluppo di medio-lungo termine, insieme imprenditoriale ed occupazionale. Un lavoro migliore può nascere solo da imprese che investono, fanno e producono innovazione, per un mercato sempre più globale. Queste imprese, tanto più se promosse da giovani creativi e intraprendenti – ce ne sono tanti – vanno supportate e sostenute con decisione”.
Scelte che però, precisa il curatore del libro, “richiedono una selezione delle priorità e dei bacini imprenditoriali-occupazionali su cui investire in forma prioritaria. Rivisitando anche alcuni mestieri dal sapore tradizionale, ma oggi molto attuali e con un mercato in crescita, come sono tante professioni artigiane che rischiano di scomparire”.

DOVE RIMINI è PIU’ INDIETRO?

Il lavoro continua a mancare. Se l’economia locale non cresce e le imprese diminuiscono, come riscontrato nel libro-inchiesta di TRE, le ricadute sull’occupazione sono inevitabili. Infatti, calano gli occupati (da 139 mila del 2011 a 135 mila nel 2014) e crescono i disoccupati, che da 12 mila nel 2011 sono diventati 17 mila nel 2014, raggiungendo un tasso di disoccupazione (persone che vorrebbero lavorare ma non trovano) che supera l’11%, circa tre punti in più del dato regionale.
Ma se a queste cifre, aggiungiamo i cassaintegrati a zero ore e gli scoraggiati, che il lavoro hanno smesso di cercarlo, i senza lavoro potrebbero salire di ulteriori 9 mila unità, portando il totale dei disoccupati, in provincia di Rimini, a superare le 26 mila persone. Numero che fa schizzare il tasso di disoccupazione a quasi il 17%: dopo Ferrara, il secondo tasso di sottoutilizzo della forza lavoro più elevato dell’Emilia Romagna. Il risultato è una divaricazione crescente, diventata cronica, tra il tasso di occupazione di Rimini (numero degli occupati in rapporto alla popolazione in età da lavoro) e quello medio regionale: nel 2014, 61% il primo, a fronte del 66% del secondo. Cinque punti di differenza.
Ancora più preoccupante è il tasso di disoccupazione dei giovani tra 18 e 29 anni che, per Rimini, tra il 2007 e il 2014 è quasi triplicato, salendo dal 10 a poco meno del 28% (il 32 % per le donne). Anche questo quasi cinque punti sopra il dato dell’Emilia Romagna.
Ad ulteriore conferma che i giovani, anche se muniti di formazione universitaria, hanno sempre trovato in questa territorio scarse opportunità d’impiego, c’è la distanza, risalente all’anno Duemila, quindi tutt’altro che recente, che separa il numero annuale dei laureati residenti (1.400 circa), di cui la maggioranza costituita da donne, dalle richieste che salgono dalle imprese private presenti (mai più di 400). Una domanda di laureati, quella delle imprese locali, molto bassa e ben lontana dai valori espressi dalle altre province regionali. Che si traduce, anche, in una minore presenza, nelle nostre aziende, di quadri e dirigenti. I profili, cioè, di più alto contenuto professionale e meglio pagati.
Non c’è quindi da sorprendersi se i salari lordi medi sono a Rimini i più bassi dell’Emilia Romagna (27,5 mila contro 29,8 mila euro di media, con punte di 31,2 mila euro a Parma).

Investimenti e innovazione. Anche il confronto tra le imprese locali e il resto dell’Emilia Romagna è illuminante: nel 2013, l’investimento medio di una impresa innovativa di Rimini è stato di 41 mila euro, contro i 114 mila del dato regionale (quasi il triplo in meno).

Export. Non meno significativa è la distanza tra le esportazioni provinciali e quelle regionali: 52 mila euro è l’export per impresa a Rimini, nella quasi totalità manifatturiero, sistema moda in testa, contro 170 mila euro di Reggio Emilia (la prima in regione), 159 mila euro di Modena, 134 mila euro di Parma e 132 mila euro di Bologna. Solo il 42% dell’export riminese del 2014, comunque in recupero sugli anni passati, si può definire di “alta tecnologia”, a fronte però del 49% dell’Emilia Romagna.

Le imprese. Cambiamenti importanti, negli ultimi dieci anni, hanno riguardato un po’ tutti i settori, ma in modo particolare la manifattura, che ha perso un migliaio di aziende. Di conseguenza l’apporto dell’industria al valore aggiunto provinciale è sceso di cinque punti, dal 17 al 12%, mentre i servizi, che comprendono anche il turismo, salgono dal 76 all’80%, dodici più del valore regionale.
Il territorio sconta una dimensione delle aziende molto piccola (micro imprese): il 95% cento non raggiunge i dieci addetti. Solo 19, delle oltre 34 mila imprese provinciali, che per la prima volta diminuiscono, superano i 200 occupati.
Un calo del numero delle imprese che sarebbe molto più pesante se non si fossero rimboccate le maniche, avviando nuove attività, tante donne e immigrati (è loro una impresa su dieci). Meno bene vanno invece le start up, le nuove imprese innovative, dove Rimini è in fondo, come densità, alla classifica regionale.

Credito bancario. Impennano le sofferenze: sono aumentate del 575% negli ultimi sei anni, con un numero di soggetti coinvolti pari agli abitanti del comune di Morciano di Romagna.

Il turismo “bloccato”. Mentre nel mondo, nonostante le crisi, i viaggiatori internazionali continuano a crescere al ritmo del 4-5% l’anno, questa crescita non sembra però interessare la Riviera di Rimini, che a fine 2014 (ma non è andata meglio nel 2015, salvo singole località), si ritrova con lo stesso numero di pernottamenti (circa 15 milioni) di dieci anni fa, ma due milioni in meno dei gloriosi anni Ottanta.
Il buon andamento del turismo estero, 4 milioni di presenze, ha parzialmente compensato le perdite nazionali, ma anche questo è ben al di sotto dei 6,5 milioni di pernottamenti raggiunti sempre negli anni Ottanta.
Non decolla nemmeno il turismo dell’entroterra, già una piccola frazione di quello balneare, nonostante le promesse e gli investimenti fatti.
In controtendenza rispetto ai pernottamenti marciano invece gli arrivi, che in provincia sono passati da 2,6 milioni dell’anno 2000 a 3,2 milioni nel 2014 (+20%). Infine – ma questo è un fenomeno comune – c’è stata una riduzione della permanenza media dei visitatori, che scende da 5,9 notti del 2000 a 4,7 notti nel 2014. Ma questo è un fenomeno comune.
Strutture ricettive. Nell’ultimo decennio sono uscite dal mercato oltre mille hotel delle categorie più basse. Ciononostante gli hotel di fascia medio-alta, quelli più richiesti dalla clientela internazionale e non balneare, come congressi e fiere, rimangono ancora pochi: appena il 7 % quando raggiungono il 15% a Ferrara, il 20 a Venezia, il 17 a Jesolo e il 26% a Roma.
Una rifocalizzazione, magari con più spazio alla cultura (la motivazione culturale influenza quasi il 40% dei turisti internazionali che visitano il nostro Paese), al benessere, alla qualità e alla tranquillità dell’ambiente, potrebbe essere la strada da imboccare per non perdere ulteriore terreno.

Demografia. Rimini è una provincia sempre più vecchia. Le persone che hanno superato 65 anni sono il 22% della popolazione totale e quelle ultra 75 hanno superato l’11%. Si registra un calo inarrestabile delle persone in età per lavorare, (tra 15 e 64 anni): oggi meno del 64%. Dal 1990 al 2014, sono mancate oltre mille nascite per pareggiare i conti con i decessi. Un saldo naturale che sarebbe stato ancora più negativo senza i figli degli immigrati, nati a Rimini, che oggi rappresentano il 18% di tutte le nascite del territorio.
In crescita anche i riminesi che emigrano all’estero per mancanza di opportunità: dall’inizio della crisi sono stati poco meno di seicento. Sono quelli iscritti all’AIRE, ma potrebbero essere molto di più.