Risparmio, rendimenti in calo e futuro incerto

Mentre i rendimenti dei titoli pubblici continuano a scendere, attenzione a chi vende azioni e obbligazioni con guadagni mirabolanti. Nel caso, accertarsi sempre dei bilanci delle società in questione

I rendimenti dei titoli pubblici proseguono la loro discesa ed è comprensibile che i risparmiatori cerchino in qualche modo di trovare opportunità più allettanti. Però anche in questi casi la cautela non deve venire meno ed una buona informazione è un requisito fondamentale. Dato per scontato che il futuro non lo conosce nessuno, la prima raccomandazione è di stare lontani da chi azzarda previsioni per i prossimi decenni, prospettando guadagni mirabolanti. Abbiamo letto in questi giorni che la ripresa economica va a rilento, quindi pensare che le azioni o le obbligazioni di aziende private possano dare remunerazioni eccezionali non è realistico, salvo partecipare al gioco di qualche speculazione, con tutti i rischi del caso. Questo non vuol dire che guardando bene non si possa trovare qualche azienda seria che macina profitti, quindi può remunerare di più. Ma richiede una verifica accurata delle informazioni e dei bilanci. La Borsa non è la mecca che tanti giornali e telegiornali ci disegnano tutti i giorni, con i loro listini altalenanti. Tanto è vero che, dal duemila ad oggi, sono state ben 230, di cui 123 industriali, le società che si sono cancellate (delisting in termini tecnici) da Piazza Affari, la sede della Borsa italiana. Scrive il giornale on line Linkiesta che più o meno la metà di queste è rimasta sui listini per meno di dieci anni e addirittura 18 sono rimaste quotate per meno di tre anni. Ora se tante aziende ritengono non conveniente rimanere in Borsa viene da chiedersi perché dovrebbe esserlo per un risparmiatore.

Un secondo aspetto da tenere a mente è la prospettiva, che nasce in America per via della graduale riduzione dell’offerta di denaro messa in opera dalla Federal Reserve (Banca Centrale), di un rialzo dei tassi di interesse statunitensi, che si porterà dietro quelli europei, nei prossimi mesi. La conseguenza, se dovesse capitare, sarà un ribasso del prezzo dei titoli già in circolazione (perché nessuno comprerebbe un vecchio Btp o simile se rende meno di una nuova emissione), mettendo in difficoltà chi avesse necessità di venderli prima della scadenza.

Nelle ultime aste di titoli pubblici di maggio, un Bot ad un anno rende 0,57 per cento, che non copre nemmeno l’inflazione, un Btp a tre anni da lo 0,95 per cento e per superare il 2 per cento bisogna essere disponibili ad investire fino al 2021.