Scuole riminesi a caccia di fondi

Studenti in laboratorio all'ITIG “Belluzzi - Da Vinci" di Rimini

Studenti in laboratorio all’ITIG “Belluzzi – Da Vinci” di Rimini

Solo l’Istituto tecnico industriale e geometri ITIG “Belluzzi – da Vinci” di Rimini avrebbe bisogno di almeno 300mila euro per stare al passo con le nuove tecnologie. Se lo Stato taglia le risorse ben venga il crowdfunding sul mercato privato, ma anche qui non mancano gli ostacoli. Intanto le aziende bussano alla porta…

di Mirco Paganelli

“Se andiamo avanti è grazie ai contributi volontari delle famiglie”. Ben venga il crowdfunding, per il dirigente scolastico dell’ITIG Belluzzi – Da Vinci di Rimini, Fabio De Angelis, anche se “siamo ancora indietro in questa zona nel saper attirare le risorse. Il nostro territorio non è povero, ci sono margini di crescita, e le scuole dopotutto sono autonome, quindi…”.
Una rinfrescata ai laboratori dello storico ex-ITI di Rimini non sarebbe male considerando che, quando è stata inaugurata la nuova sede del Da Vinci, nei primi anni 2000, le aule laboratoriali non sono state realizzate ex-novo ma, di fatto, traslate dalla vecchia sede (dove già erano datate).
Di quanti soldi necessiterebbe la scuola per stare al passo con le nuove tecnologie?
“Almeno 300 mila euro – fa i conti De Angelis -, e solo per la didattica mattutina dove abbiamo cinque indirizzi dei quali alcuni altamente tecnologici. Guarda caso sono i crediti che vantiamo nei confronti dello Stato”. La formazione prosegue al pomeriggio da più di un anno con progetti svolti in rete con altre scuole, come l’ITES Valturio, legati al saper fare. Mentre l’alternanza scuola lavoro per i futuri periti industriali riminesi conta su circa 90 industrie del territorio – in particolare di meccanica, elettronica e informatica – che ospitano studenti stagisti di terza, quarta e quinta nel corso dell’estate.
“Speriamo che la riforma della ‘Buona scuola’ mantenga la promessa di aumentare le ore di tirocinio, un’occasione che aspettiamo da anni a braccia aperte”, commenta il dirigente, il quale ricorda come molte aziende richiedano alla scuola l’elenco dei diplomati. “La percezione è che negli ultimi anni, nonostante il calo di occupazione, i nostri diplomati continuino a trovare lavoro. Spesso vengono a raccontarci del loro inserimento che avviene entro 2 o 3 anni dal diploma”.

Sono ventuno i laboratori dell’ITC Gobetti di Morciano e il dirigente Sabina Fortunati dice a TRE che una nuova strumentazione servirebbe, eccome, ma “i genitori non pagano nemmeno più i contributi volontari”. Dallo Stato e dalle famiglie solo tagli. “Ci vuole molto tempo per organizzare l’alternanza scuola-lavoro”, spiega la professoressa referente del progetto, Maria Giacinta Rubini, “ci vorrebbe un supporto stabile interno alla scuola per garantire un lavoro continuativo e costante. E poi non è semplice trovare aziende disponibili a ricevere i ragazzi, considerando la crisi”. Meccanica, elettronica, moda e alberghiero. Questi i settori coi quali collaborano più spesso.
“Il tirocinio è molto importante per la didattica perché innalza la motivazione nei ragazzi che trovano un’applicazione alle nozioni che apprendono in classe, capiscono l’importanza di ciò che studiano”. Attualmente lo stage porta via tre settimane agli studenti del triennio, più quelli estivi. La familiarità col mondo del lavoro comincia dal secondo anno, per l’indirizzo commerciale, con le “imprese simulate”. I ragazzi aderiscono ad una rete mondiale (la cui centrale italiana è a Ferrara) che permette loro di simulare l’emissione di ordinativi attraverso un ufficio commerciale interno. Finta banca, finti ordini, finti pagamenti, ma reale apprendimento, tant’è che a volte seguono le commesse per alcune aziende del territorio. “Abbiamo bisogno della collaborazione delle aziende, perché hanno strutture sempre aggiornate”.

“In Emilia-Romagna si spende solo per la spesa corrente e poco in investimenti. Siamo una regione troppo assistenzialista – questo il pensiero del preside dell’IPSIA Alberti di Rimini Giovanni Paolo Rossetti -. Senza politiche attive, l’Alberti è rimasto coi laboratori realizzati coi fondi degli anni ‘60. All’epoca ogni corso aveva un finanziamento di 8 milioni di lire, oggi di zero euro”. Il confronto col Veneto, secondo Rossetti, non regge: “I loro istituti possono fare formazione professionale e quindi i privati investono su di loro, mentre da noi le scuole professionali non sono accreditate per fare formazione, al contrario spuntano enti sconosciuti: ogni associazione di categoria ne ha uno. Così le aziende non investono su di noi”.