Start up: l’Università che fa impresa. Ma non a Rimini

Neoimprenditori ospiti di Luiss Enlabs, l'acceleratore di startup attivato nell'Università capitolina

di Mirco Paganelli

Sviluppare prodotti innovativi, ampliare il mercato, arricchire il territorio, creare occupazione. Questi gli obiettivi e gli effetti delle startup, le imprese in fase embrionale. Le università che si fanno culle imprenditoriali giocano un ruolo chiave nella loro evoluzione. Secondo il Sole 24 ore tre quarti dell’aumento di produttività degli Usa dopo il ’95 è ascrivibile alla Ricerca convertita in imprese; le università hanno sfornato 400 startup l’anno (tra cui Google), dimostratesi 7 volte più longeve di quelle nate in contesti non accademici.
In quanto a startup Rimini è ferma ad un glaciale zero. Eppure dispone di un polo universitario in continua espansione, di vivacità turistico-congressuale e di flussi di persone che ogni anno la incrociano. Perché questa carenza di imprese ad alto contenuto innovativo? Cosa c’è altrove che manca a Rimini?

Il paradiso delle idee

Se andate al primo piano della Stazione Termini di Roma troverete 1.800 mq di gioventù. Si tratta di Luiss Enlabs, l’acceleratore della nota università capitolina che ospita 15 startup nel cuore infrastrutturale della penisola. “Per far crescere queste imprese ci vuole un ecosistema. A Roma ci sono 300 mila studenti di tutte le discipline – questa la condicio sine qua non per l’avvio di un acceleratore secondo il fondatore Luigi Capello -. Prima di individuare un business model occorre fare uno studio di mercato del territorio. E poi sono fondamentali le competenze scientifiche”. Rimini, dunque, deve fare attenzione: “L’acceleratore ha un costo pazzesco: trovare gli spazi, gli investitori, le professionalità. Roma è facilitata. Ad esempio non paghiamo le persone per venire, perché sono già qua. Portarle nei piccoli centri sarebbe costoso. In più la tecnologia funziona nei grossi centri. Anche in Italia si dovrebbe puntare a creare realtà grandi (Milano, Roma, Bologna) e collegarle a quelle più piccole. Mi spiego: Rimini potrebbe impegnarsi a stimolare la formazione di startup, o attrarle da fuori, poi mandarle a fare un periodo di accelerazione nei grandi centri, ed infine farle rientrare nel territorio, acquisendone l’innovazione”.

Giovani che fanno Pil

L’innovazione passa attraverso i giovani. E i giovani fanno il Pil del domani, “ma anche dell’oggi”, precisa il Direttore Generale di Luiss Giovanni Lo Storto da un aereo, pronto al decollo come molti suoi studenti pregni di idee. “I ragazzi ci stanno dando un messaggio molto forte: sono sempre più capaci di essere al contempo visionari e concreti. Occorre metterli nelle condizioni di esprimere tutta la loro creatività”.
Le limitazioni a questo sono di tipo finanziarie e culturali. Altrove c’è un maggiore coinvolgimento della realtà economica, le imprese, nella spinta al progresso. Occorre un mercato dei capitali solidi, i venture capital. “Le istituzioni pubbliche dovrebbero investire risorse in un fondo di fondi, come i privati, e lasciando a questi ultimi le valutazioni sugli investimenti. Poi potrebbero favorire le startup acquistandone i prodotti”.
Analoghi a quelli di Capello i consigli per Rimini: “Le strutture delle università se non hanno la massa critica sufficiente per avviare un acceleratore, dovrebbero intercettare i migliori esempi presenti e semmai fare accordi”. Il segreto del laboratorio della Luiss è stato quello di “creare una contaminazione positiva di esperienze, competenze e provenienze diverse”.

Meglio la gallina domani

Non serve andare lontano per trovare esempi di incubatori e spinoff universitari. L’incontro tra Comune, Università e Cassa di Risparmio di Cesena ha dato vita in tempi recenti a Cesenalab, attuale dimora di 20 startupper. Il segreto della ricetta? “Comprendere che si tratta di attività a lungo termine per le quali è necessario investire oggi per cogliere i frutti tra alcuni anni”, rivela il presidente Luciano Margara.
Con le startup cresce il territorio, perché “si stimola la cultura dell’imprenditorialità, si creano nuove occasioni di collaborazione tra imprese e startup e si dà una spinta all’occupazione”.
Cesenalab si occupa di digitale e web, potendosi appoggiare ad un’importante facoltà di informatica. Il fulcro? I giovani e le loro idee. L’obiettivo? “Aiutare le aziende ad innovarsi per affrontare le sfide del mercato globale. Possiamo mostrare loro le possibilità che il digitale offre in ogni settore, avviare uno spinoff o una startup-on-demand per poi aggregarli all’azienda che ne acquisisce l’innovazione”. L’interazione con i docenti e i gruppi di ricerca si basa su rapporti consolidati: “L’università supervisiona gli aspetti scientifici del progetto fornendo collegamenti importanti legati al trasferimento tecnologico”. Dal canto suo il Comune sostiene l’iniziativa con un contributo di 100 mila euro annui per il triennio 2013-2015. Consigli? “Investire nel digitale, scambiare idee ed informazioni: solo facendo squadra si può crescere”.

Più occupazione

Nel 2011 gli occupati americani in startup erano un 3% che ha però creato il 20% dei posti di lavoro totali. Le aziende giovani sono fucine di occupazione: quelle con 12 mesi di vita hanno prodotto 1 milione di posti di lavoro negli Usa, mentre quelle di 10 anni si sono fermate a 300 mila. “Stabilizzare un rapporto tra università e Comune finalizzato alla creazione di posti di lavoro e crescita del territorio”. Questo l’obiettivo di un altro progetto cesenate, lo spinoff universitario del 2012 Keisna. Secondo il suo presidente Tommaso Dionigi, “siamo nati perché ogni corso universitario ha ricercato negli anni il confronto con l’amministrazione. Da un lato il Comune ha stimolato docenti e studenti. Dall’altro l’università ha colto in maniera attenta le specificità del territorio”. Keisna si occupa di trasferimento tecnologico e sta lavorando a due progetti: uno sull’analisi dei flussi di traffico, l’altro sviluppa una ‘app’ per il pagamento dei parcheggi. Consigli per stimolare l’innovazione? “Un confronto intenso e costante. Università e città devono trarre i valori positivi gli uni dagli altri”.

Un incubatore per Rimini

È un dato storico che Rimini guardi all’innovazione solo da tempi recenti, superata da tutti i vicini. Lo stesso progetto dell’”incubatore del turismo” è ancora indietro: non ha nemmeno una data di approdo. “Siamo ad uno stadio avanzato di progettazione – assicura l’Arch. Filippo Boschi, curatore del Piano strategico del Comune capoluogo, che ingloba l’iniziativa  -. Abbiamo sviluppato il progetto di fattibilità. Attorno a questo si stanno coagulando gli interessi di alcuni finanziatori”. Lo schema si basa su due pilastri: “Un operatore di forte credibilità che attragga investitori e qualcuno che inizi ad investire in modo che l’incubatore dimostri la sua credibilità e attragga ulteriori investimenti. Uno schema molto semplice”. Eppure alquanto lento. “Si tratta di reperire diverse centinaia di migliaia di euro. Forse anche di più”. Saranno coinvolti anche i corsi universitari di economia e turismo? “Certo. È da poco partita una ricerca dell’università e di Uni.Rimini, la società che promuove l’innovazione del Polo, a cui il Comune partecipa come advisor”. Lo scopo dell’incubatore non è solo quello di “creare nuove startup di eccellenza che diano visibilità a Rimini come luogo di innovazione”, ma anche di “innalzare il grado di competitività delle aziende turistiche esistenti”.

Esempi lontani

C’è uno spunto che Rimini potrebbe cogliere, e bene, dal Cile. Questo paese “quasi alla fine del mondo” soffrendo di un deficit di imprenditoria innovativa ha bandito il concorso Start-up Chile per ospitare startupper internazionali, offrendo 40 mila dollari a progetto, ma senza chiedere loro quote societarie, bensì di insegnare ai cileni a fare innovazione. Una vincitrice è Sarah Raniero, una giovane veronese che conosce molto bene il territorio riminese dove è in parte cresciuta. A Londra ha sviluppato il suo progetto WhereInFair, una piattaforma per aiutare aziende a trovare nuovi mercati, che sta traslocando a Santiago. Avvierebbe mai una startup a Rimini? “È un territorio a cui sono legata. A Rimini avvierei un’attività legata al turismo più che alla tecnologia internet o mobile. Svilupperei una startup tecnologica se sapessi che ci sono co-working space o acceleratori d’impresa, nonché università tecnologiche dalle quali poter assumere personale”.

Imprenditrici di PoliHub, attivo al Politecnico di Milano

Un’esperienza di eccellenza

PoliHub è uno dei maggiori incubatori d’Italia che opera dal 2001 all’interno Politecnico di Milano. Attualmente ospita 20 startup. “Avvicinando realtà appena avviate a quelle più anziane, imparano gli uni dagli altri”, afferma Rasha Mozil del team di PoliHub. L’obiettivo? Diventare il distretto per le migliori startup d’Italia ad alto contenuto tecnologico.

C’è un modello al quale vi ispirate?
“No. Dipende dalla realtà e dalle esigenze locali. Se sposti la Silicon Valley in Italia non funzionerà, non ci sono le stessi basi. Il nostro modello ha funzionato negli ultimi 13 anni e vorremmo portarlo avanti. Abbiamo contribuito a diffondere la cultura dell’innovazione e dell’imprenditoria. Le aziende del territorio hanno capito il nostro valore aggiunto”.

Come arruolate gli startupper?
“Attraverso i concorsi di idee e di competenze selezioniamo dei vincitori da supportare nel creare prototipi, arrivare al mercato, ottenere contatti. E poi analizziamo le proposte inviate al nostro sito. Non c’è un limite”.

Lo startupper tipo?
“Età media 32 anni. Alcuni hanno già esperienze lavorative, altri si sono buttati dopo l’università. Di solito non accettiamo persone singole, ma se arrivano con delle idee valide li aiutiamo a trovare colleghi. Per portare avanti un’idea ci vuole un team che abbia tutte le competenze necessarie”.

Come vi finanziate?
“Fornendo consulenze a grandi aziende italiane e partecipando a progetti nazionali ed europei. Una piccola parte dei fondi deriva dai servizi offerti agli  startupper, come la locazione”.

Vi sentite una risposta alla fuga dei cervelli?
“Lo speriamo. Abbiamo varie startup che sono state prese da grosse multinazionali, ma il cervello (ricerca e sviluppo) è sempre rimasto in Italia. È una cosa di cui andiamo fieri. La parte commerciale si sposta all’estero (in genere Usa e Nord Europa), ma il know-how rimane qua”.

Quali consigli a Rimini?
“C’è bisogno del supporto di tutti gli attori locali e di massa critica: occorre fare una verifica della domanda di startup. Non è indispensabile sviluppare un nuovo incubatore, ce ne sono già tanti. Ci sono altri modelli che possono funzionare, come l’estensione di incubatori a Rimini tramite collaborazioni. L’università potrebbe stimolare il desiderio di servizi per startup tra gli studenti magari attraverso corsi d’imprenditoria o piccoli concorsi a livello universitario”.

Quale futuro?

Alla base di ognuno degli esempi riportati c’è un sodalizio. Quando l’università spinge per entrare nella rete di quelle che hanno saputo tradurre le esigenze del territorio in idee d’impresa, e quando la politica e i privati comprendono che non c’è crescita senza innovazione (e non c’è innovazione senza giovani e università), allora si stipula quel patto capace in un colpo solo di attrarre cervelli, aumentare l’occupazione e accrescere la ricchezza materiale e culturale di un territorio.