Studio e lavoro: laurearsi conviene?

Secondo l’ultima indagine Almalaurea, al momento dell’ingresso del mondo del lavoro i giovani laureati italiani continuano ad incontrare più fatiche dei coetanei europei. Ma in tempi di crisi i neo Dottori hanno più possibilità di chi si è fermato alla scuola dell’obbligo

Di Melania Rinaldini

Con una variazione dello 0% tra il 2013 e il 2014, i numeri confermano la stabilità del Polo universitario riminese. Sono infatti 1605, maschi e femmine, gli studenti immatricolati ai corsi di Laurea dell’Università di Bologna, Polo di Rimini; la stessa esatta cifra del 2013. Al momento non sono ancora resi disponibili i numeri nel dettaglio, divisi per corso. Nell’anno accademico 2013 – 2014 i 1605 immatricolati erano così divisi per Scuole: Scuola di Economia, Management e Statistica 577, Scuola di Farmacia, Biotecnologie e Scienze motorie 340, Scuola di Lettere e Beni culturali 336, Scuola di Medicina e Chirurgia 238, Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione 360, Scuola di Scienze 48.

Recentemente il consorzio universitario Almalaurea ha presentato la sua XVI Indagine, nell’ambito del convegno “Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati” tenutosi all’Università di Bologna. L’indagine ha coinvolto quasi 450.000 laureati di tutti i 64 Atenei aderenti al Consorzio nel 2013. Un ottimo tasso di partecipazione con un picco dell’86% tra i neolaureati. Oltre a circa 220 mila laureati post-riforma del 2012 – sia di primo che di secondo livello – ad un anno dalla conclusione degli studi universitari, sono stati intervistati tutti i laureati di secondo livello del 2010 (oltre 72 mila), interpellati quindi a tre anni dal termine degli studi e i colleghi del 2008 (oltre 54 mila), contattati a cinque anni dal termine degli studi. Infine sono state portate a termine due indagini specifiche che hanno interpellato i laureati di primo livello del 2010 e del 2008, che non hanno proseguito la formazione universitaria (53mila i primi e 44mila i secondi), contattati rispettivamente a tre e cinque anni dalla laurea.

Oltre all’analisi delle recenti tendenze del mercato del lavoro, l’indagine ha quest’anno esaminato in particolar modo il grado di imprenditorialità dei laureati italiani, mettendo in luce caratteristiche e propensioni di chi decide di intraprendere un’attività autonoma di questa natura. Un dato a parte è quello dei laureati italiani di secondo livello occupati all’estero, coinvolti in una specifica indagine Web che ha ottenuto buoni tassi di risposta e che ha consentito di tratteggiare le motivazioni alla base della scelta compiuta nonché le difficoltà incontrate nel trasferimento all’estero e l’opinione circa le azioni che il nostro Paese dovrebbe intraprendere per limitare la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

I risultati

Laurearsi conviene? I dati Almalaurea dimostrano che nella fase di ingresso nel mondo del lavoro i giovani laureati italiani incontrano più difficoltà rispetto ai colleghi stranieri; ciò non toglie però che la laurea rappresenta ancora un investimento contro la disoccupazione, anche se strumento meno efficace che altrove, in Europa. I laureati comunque godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati, sia nell’arco della vita lavorativa sia, e ancor più, nelle fasi congiunturali negative come quella attuale. Se prescindiamo dai lavoratori che hanno completato solo la scuola dell’obbligo, i più colpiti dalla crisi, il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione è cresciuto di 2,9 punti per i laureati, di 5,8 punti per i diplomati, di 6,5 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni) e di ben 14,8 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni). Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti (a favore dei primi) a 11,9 punti percentuali.

Un altro dato rilevante e non di vanto per il Paese è che nel 2012 l’Italia si trovava agli ultimi posti per la quota di laureati sia per la fascia d’età 55-64 anni sia per quella 25-34 anni (dati OCSE). D’altra parte le aspettative di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione Europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni), sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo Italiano. Il quale ha rivisto l’obiettivo che più realisticamente si può attendere il nostro Paese raggiungendo al massimo il 26-27%. La Commissione Europea non ha potuto che prenderne atto (European Commission, 2012). Purtroppo ad oggi la percentuale di giovani diciannovenni che nel nostro Paese si iscrive a un programma di studi di livello universitario è solo il 30%. Il quadro è desolante anche per gli adulti: i dati Eurostat segnalano, ad esempio, che nel 2012 ben il 27,7% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 13,3% della media europea a 15 paesi, il 19,3% della Spagna (paese in ritardo nei livelli di scolarizzazione degli adulti e con tratti socio-culturali simili al nostro) e il 5,2% della Germania, paese col quale si è soliti fare i confronti perché caratterizzato da un peso del settore manifatturiero simile al nostro. Nel 2012 la quota di manager italiani laureati è meno della metà della media europea: i manager laureati in Europa (EU27) sono il 53% (nel 2010 erano il 44 per cento), mentre in Italia la percentuale risulta il 24% (era il 14,7 per cento).

L’Italia è un paese che non investe in istruzione. La spesa in istruzione universitaria (pubblica e privata) è per l’Italia l’1% del PIL, per la Francia 1,5%, per il  Regno Unito 1,4%, per la Germania 1,3%, per gli Stati Uniti 2,8% (Il Rapporto Ocse “Education at a Glance 2013”). La questione delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione non è secondaria: il sistema universitario e della ricerca è decisamente sotto finanziato rispetto agli standard internazionali.
Un quadro di arretratezza si delinea anche con i dati sulla mobilità sociale In Italia: più di quanto non avvenga nei paesi OCSE più avanzati, le origini socioeconomiche continuano a esercitare un peso elevato sulle opportunità educative e occupazionali dei giovani, e l’ampliamento dell’accesso all’università non può che venire dai figli di non laureati. Da tempo le indagini Almalaurea hanno messo in evidenza che una parte rilevante dei laureati proviene da famiglie i cui genitori sono privi di titolo di studio universitario. Fra i laureati di primo livello del 2012 la percentuale di laureati con genitori non laureati raggiunge il 75%. Ciò aiuta a spiegare anche la forte selezione sociale che si continua ad osservare nel passaggio dalle lauree di primo a quelle di secondo livello, lauree che tipicamente consentono l’accesso alle libere professioni e alle migliori opportunità occupazionali. Non è un caso che fra i laureati magistrali la quota di chi proviene da famiglie con genitori non laureati scende al 70%. Un’ulteriore conferma la si ottiene esaminando l’origine sociale di provenienza dei laureati magistrali a ciclo unico (medicina e chirurgia, giurisprudenza, ecc.): le famiglie con i genitori non laureati calano al 53%.