Tamagnini, il riminese a capo del Fondo Strategico Italiano

Maurizio Tamagnini FONDO STRATEGICOIl riminese Maurizio Tamagnini è a capo del Fondo Strategico Italiano che gestisce un capitale di oltre 4 miliardi di euro per effettuare investimenti in grandi aziende del paese con l’obiettivo di farle crescere e competere nel mondo globale. A TRE spiega la sua visione sull’economia ed il futuro del paese

di Mirco Paganelli

È cresciuto tra le colline del riminese nel quartiere di San Salvatore dove fa spesso ritorno per salutare amici e familiari. Da quando da ragazzo lavorava come cameriere stagionale per mantenersi gli studi, Maurizio Tamagnini ne ha fatta di strada e, passando per il mondo dell’alta finanza (Merrill Lynch), è diventato Amministratore Delegato del Fondo Strategico Italiano. Questa società partecipata della Cassa Depositi e Prestiti e, in quota minore, della Banca d’Italia, effettua investimenti in grandi imprese italiane per farle crescere e competere nel mercato globale. L’AD ha raccontato a TRE come gestisce il capitale di 4,4 miliardi di euro e come vede il futuro del paese.

Dottor Tamagnini, la macchina dello Stato è per l’immaginario collettivo qualcosa di lento e statico. Eppure la realtà che lei amministra deve essere reattiva, dinamica, radicata nell’oggi. È così?
“Noi del Fondo Strategico siamo mossi da un’ossessione per la crescita: vogliamo permettere alle nostre imprese di essere più sostenibili. Siamo una società di investimenti che opera nel mercato, per cui una realtà privatistica che investe quelle risorse delle famiglie italiane raccolte nei conti corrente postali o tramite i buoni sottoscrivibili in tutti gli uffici postali. Il nostro compito è quello di trovare aziende che sono già forti nel loro settore e che hanno piani industriali coraggiosi a cui occorrono finanziamenti. Mettendo a loro disposizione un capitale di rischio (il carburante per la crescita) gli permettiamo di espandersi nei mercati esteri. Trasformiamo aziende da target a consolidatrici per poter acquisire altre aziende”.

E all’estero guardano con favore al vostro operato?
“Il nostro secondo obiettivo è proprio quello di attrarre investitori esteri per farli investire nelle imprese italiane insieme e tramite noi. In tre anni di vita abbiamo stipulato importanti accordi coi fondi sovrani di Kuwait, Cina, Corea del Sud e Qatar e invitiamo le nostre aziende ad avviare partnership con operatori industriali italiani ed esteri”.

Un esempio di una società che avete preso sotto la vostra ala protettrice?
“Siamo riusciti a far crescere Ansaldo Energia grazie agli investimenti di un operatore che detiene una quota di circa il 30% nel mercato delle turbine a gas cinesi (Shanghai Electric). Il suo concorrente francese, Alstom, ha avuto notevoli difficoltà e si è dovuto rifugiare in un’alleanza con General Electric. Tutti questi accordi hanno un importante punto comune: il Fondo Strategico è il perno attorno al quale ruotano tutti i co-investitori, a garanzia della stabilità ed italianità dell’investimento stesso”.

Qual è l’aspetto più insidioso del suo compito?
“Fare le scelte giuste. In questi anni ci sono venuti a trovare più di 300 imprenditori con altrettante idee. Attraverso un processo di istruttoria, oggettivo e meritocratico, possiamo selezionare solo alcuni investimenti da fare. Dato che operiamo a mercato, ma dobbiamo rimborsare il danaro postale alle famiglie, abbiamo il compito di fare investimenti prudenti e di presidiarli per permettere il salto dimensionale delle imprese”.

Lei che ha a che fare ogni giorno con piani industriali, come vede il futuro del paese?
“Sono molto ottimista. In Romagna, ad esempio, c’è l’azienda di ingegneria del sottosuolo Trevi che da 40 anni si avventura con coraggio nella crescita all’estero (lo incontriamo alla presentazione dei lavori del gruppo, ndr). Di storie simili ne vedo parecchie. Non dimentichiamo che l’Italia, in termini di aziende leader mondiali, ovvero al primo secondo e terzo posto nelle loro nicchie di riferimento, è quarta al mondo con 1.022 imprese, dietro solo a Germania, Cina e Stati Uniti. Un paese di 60 milioni di abitanti, con un simile risultato, può guardare con fiducia e orgoglio al proprio futuro. Gli italiani sono i più bravi nel fare ricerca, innovazione e prodotto. È nell’avvio delle imprese che serve maggiore coraggio per permettere a nuovi prodotti di essere distribuiti in mercati lontani e per far sì che queste aziende non rimangano soltanto delle buone idee, ma si trasformino in crescita e nuova occupazione”.

Parliamo sempre di crisi e ci dimentichiamo che ci sono realtà che riescono a crescere nonostante tutto. Eppure i messaggi di fiducia ci sono…
“Pensiamo all’export italiano che ha continuato ad andare bene. Ci sono dati incoraggianti nel settore della meccanica, della farmaceutica, degli alimentari e del design. Gli aiuti messi in campo dal Governo si stanno concretizzando; dobbiamo trarre vantaggio dalla politica monetaria espansiva della Bce, dal minor costo del petrolio e dal tasso di cambio favorevole per le esportazioni che permettono alle nostre aziende di prendere ossigeno, riorganizzarsi ed agganciare una crescita che in giro per il mondo c’è stata, anche negli anni della crisi. Bisogna solo andare più lontano, come Sud America o Medio Oriente”.

Perché l’Italia ha fatto più fatica a recuperare rispetto ad altri paesi come gli Stati Uniti (da dove la crisi è partita)?
“Le nostre aziende sono di piccole dimensioni: sono state le prime ad essere colpite dalla crisi dei consumi. Esse sono una grande ricchezza per il paese, ma servono le grandi aziende (i pesci pilota) a trainare intere filiere. Di queste ne abbiamo solo 1.287. La Francia 2.906 e la Germania 4.033. Averle è importante”.

Dopo la crisi finanziaria del 2007, l’opinione pubblica vede il mondo dell’banche con astio. Come pensa che le famiglie possano tornare a fidarsi dell’istituto a cui affidano i propri risparmi?
“Per le banche è importante fare progetti di lungo periodo, più sostenibili, collegati alle economie locali, che siano vocati ad una crescita etica del territorio per far crescere le imprese che vi insistono (‘cluster territoriali’). Penso alla finanza legata all’agricoltura e ai prodotti ecosostenibili. La banca, invece di concentrare tutte le attenzioni sui settori industriali tradizionali, più sta vicina ai clienti meglio è”.