Turismo e Riviera di Rimini: una risorsa da riprogrammare

La Riviera di Rimini ha perso numeri (-5% di presenze dal 2011 al 2013) mentre il numero di vacanzieri in tutto il mondo aumenta. Non è la materia prima a mancare:  i turisti con la voglia e la possibilità di viaggiare, in particolare provenienti dai mercati emergenti. La vera sfida è sulla qualità delle strutture ricettive, i servizi e due fattori strategici secondo gli esperti: arte e ambiente

di Primo Silvestri

 

Il trend degli ultimi anni

La crisi economica e del lavoro che da sei anni attanaglia l’Italia comincia, dopo aver obbligato molti a ridurre i consumi, a fare sentire i suoi effetti anche nel turismo. La tempesta si abbatte anche sulla costa riminese, dove i visitatori nazionali rappresentano i tre quarti del totale: la perdita, per il secondo anno consecutivo, è di quasi un milione di notti trascorse (presenze) nelle strutture ricettive (da 12,4 del 2011 a 11,4 milioni nel 2013).  Di fatto le presenze italiane sono tornate indietro di un decennio, dopo aver resistito su buoni livelli nei primi anni di crisi.
Le notti degli stranieri, che dal 2008 sono cresciute di 600 mila unità superando il massimo storico dei 4 milioni a fine 2013, in parte hanno contribuito a ridurre le perdite, ma non completamente.  Così volge al negativo il saldo complessivo di fine 2013 della costa di Rimini, con una perdita di presenze, sul 2011, del 5%.
Con il calo delle presenze turistiche Rimini ha dovuto rinunciare, solo nel 2013, anche a 7mila avviamenti al lavoro nel settore alberghiero e ristoranti. In termini di persone si parla di oltre 5mila stagionali avviati in meno. Un risultato che certamente non ha fatto bene all’occupazione, già messa a dura prova dalle crisi di tante aziende.

Anche il turismo dell’entroterra, Valconca e Valmarecchia, su cui si era puntato con investimenti cospicui, non ha dato i frutti sperati: nel 2013 c’è stato un arretramento del 16% dei pernottamenti (da 198 a 167mila), comunque briciole rispetto al totale provinciale.
Allargando lo sguardo agli ultimi decenni, Rimini ha grosso modo mantenuto le sue presenze, ma non va dimenticato che negli anni Ottanta del secolo scorso raggiunse 17 milioni di notti, cioè più di oggi. Tutto questo in un arco temporale in cui, nel mondo, il numero dei viaggiatori quintuplicava. E’ vero che più delle presenze contano i fatturati, cioè quanto spendono i turisti, ma una relazione tra i due indubbiamente esiste.

Infine anche la tanto decantata “destagionalizzazione” si è appiattita. Rimanendo sulla spesa, è stato dimostrato che un congressista o un partecipante ad un evento fieristico, se si ferma, spende di più di un turista balneare, e il loro peso sui fatturati è maggiore di quello che risulta dalle mere presenze. Va però osservato che anche la destagionalizzazione sembra essersi arenata: partita negli anni settanta con la costruzione della prima Fiera ha toccato il massimo nel 2007, quando superò il 14% delle presenze annuali complessive, per ridiscendere al 9% l’anno scorso. E’ vero che molti congressi e fiere si fanno anche durante la classica stagione, ma alcune strutture sono state pensate proprio per allungare la stagione balneare. C’entra la crisi, ma un andamento piatto, dopo i primi progressi, ha una storia che la precede. Indizio che qualche criticità era già presente.

Turisti all'aeroporto di Rimini

 Un’occhiata al contesto internazionale: Italia a picco

L’Italia non ha fatto meglio della provincia di Rimini e nel 2013 ha perso il 4,6% delle presenze. Solo le notti degli italiani, nelle mete turistiche del BelPaese si sono ridotte del 17%, mentre Francia, Germania e Spagna miglioravano qualcosa in più dell’1%, il Regno Unito cresceva del 6,5%, la Grecia dell’11,7 e la Croazia, sull’altra sponda dell’Adriatico, del 3,4.
Complessivamente nei 28 paesi dell’Unione Europea le presenze turistiche 2013 sono aumentate dell’1,6% (22 milioni in più di notti trascorse in albergo) soprattutto grazie ai turisti provenienti da oltre confine. Da qui l’importanza di essere competitivi sui mercati esteri.
Una conferma arriva dal trend dei viaggiatori internazionali, che continua a crescere al ritmo annuo del 4-5% avvicinandosi, nel 2013, al miliardo e cento milioni di persone, metà delle quali hanno continuato a scegliere l’Europa come meta. Tra le principali destinazioni, l’Italia è quinta, preceduta da Francia, Stati Uniti, Cina e Spagna.
Quindi non è la materia prima a mancare – i turisti con la voglia e la possibilità di viaggiare, in particolare provenienti dai mercati emergenti – quanto un’adeguata capacità di saper offrire i propri prodotti e servizi.
L’Italia si sta dimostrando totalmente inadeguata, tanto che nonostante sia il terzo paese al mondo per siti dichiarati patrimonio culturale dell’umanità, precipita al 26° posto nella classifica sulla competitività del turismo stilata dal WEF (Forum Mondiale dell’Economia). Per efficacia delle campagne di marketing e formazione va anche peggio: su 140 paesi presi in considerazione, l’Italia occupa rispettivamente la 116ma e 121ma posizione.

 

All’inizio di ogni anno la Commissione Europea realizza un sondaggio per capire quali saranno le  preferenze dei vacanzieri del continente. L’indagine, del gennaio scorso, è stata condotta in 28 Paesi dell’Unione Europea.
Ma prima di passare al 2014, sono state rivolte domande sulle vacanze già fatte. Così si può scoprire che, nel 2013, il mare e il sole – in realtà è una conferma – sono stati il motivo principale della vacanza per la metà degli intervistati. Subito dopo, tra le ragioni che spingono le persone a muoversi, ci sono le visite ad amici e parenti, come terzo motivo il godimento della natura (paesaggio, montagna, ecc.) ed infine l’attrazione culturale (religione, arte, gastronomia, ecc.).
A più di un terzo di lituani, polacchi e ungheresi piacciono anche le visite alle città (city trip), mentre tanti austriaci, tedeschi e cechi sono attratti dal turismo sportivo.
Non meno interessante, sapendo che conquistare un cliente nuovo costa molto di più che mantenerne uno conosciuto, è la risposta che gli intervistati hanno indicato alla domanda “Perché tornare in qual posto?”. In testa, indicate da quasi la metà degli interpellati, ed in crescita sugli anni precedenti, ci sono le caratteristiche naturali-ambientali del luogo. Poi viene la qualità delle strutture ricettive, ed a seguire le attrazioni storico-culturali. Solo al quarto posto il livello dei prezzi.
Le informazioni per la scelta dei luoghi dove trascorrere le vacanze arrivano innanzitutto da amici e colleghi (lo afferma più della metà degli intervistati), al secondo posto viene citato internet, mentre solo una persona su cinque menziona le agenzie turistiche e gli uffici del turismo. Tutto il resto è praticamente ininfluente, quindi inutile.
Internet, con un forte aumento sull’anno scorso, è anche il mezzo che sei persone su dieci utilizzano per organizzare la propria vacanza, cioè prenotare, disegnare itinerari, ecc. (gli italiani che, nel 2013, hanno prenotato una vacanza su internet sono stati il 36%).
Indicazioni preziose per il marketing, con la conferma che la migliore promozione è quella che fa il turista non solo soddisfatto, ma entusiasta. Magari utilizzando il Web.

Tenendo conto di queste premesse e considerando la situazione economica non proprio florida, almeno per molti, il sondaggio sostiene che se il 44% degli europei conferma di voler andare in vacanza senza mutare i piani originari, il 33% si prenderà una vacanza, ma muterà programmi, mentre oltre il 20% esclude ogni possibilità di potersela permettere.
Chiaramente a non cambiare il programma delle vacanze sono i residenti dei Paesi che economicamente vanno meglio come Austria, Germania, Danimarca e Norvegia. Dichiarano, invece, di dover modificare i piani originari la metà degli italiani. Questo per Rimini, dove i turisti nazionali sono la fetta più consistente, dovrebbe accendere qualche ulteriore allarme.
Anche quest’anno, come nel 2013, più del 40% degli europei dichiara di voler trascorrere la vacanza nel proprio paese, il 29% pensa di uscire ma di rimanere comunque all’interno dei 28 Paesi dell’Unione Europea, mentre solo il 16% si recherà fuori dall’Europa.

Un angolo di spiaggia a San Giuliano Mare

Dove sta la competitività?

Perché il turismo riminese, fatto di costa ma anche di tanta storia, enogastronomia e di uno splendido entroterra, a stento mantiene i suoi numeri e non cresce come sarebbe auspicabile?
Una risposta semplice non esiste perché sono molti i fattori in gioco.
Cominciamo dall’immagine che il territorio offre verso l’esterno, un primordiale fattore di richiamo, dato che chi fa vacanza sceglie il luogo prima di qualsiasi altro servizio. L’immagine non è sempre coerente, coordinata e soprattutto in grado di mettere a sistema, valorizzare e rendere fruibile l’insieme di tutte le risorse disponibili.
Un recente studio della Banca d’Italia su La competitività dell’offerta turistica italiana nel comparto balneare: l’interazione con le risorse culturali, arriva a queste conclusioni: “I risultati dello studio empirico condotto mostrano come la domanda di servizi turistici presso le località costiere nazionali sia positivamente influenzata, a parità di caratteristiche delle strutture ricettive e di altri fattori di contesto, dalla ricchezza del patrimonio storico-artistico locale e dalla qualità  dell’ambiente. L’effetto è significativo e di entità rilevante in entrambi i casi…Nel complesso, il lavoro suggerisce che tra il segmento del turismo balneare e quello del turismo d’arte possono svilupparsi significative complementarità”.

Ora se questa interazione “rilevante” esiste, bisognerebbe chiedersi quanto si è investito a Rimini e dintorni su questi binomi (turismo-arte e turismo-ambiente). Spesso si privilegiano gli aspetti più spettacolari, che si esauriscono in pochi giorni, dimenticando, forse, la vera sostanza, costituita dai flussi turistici guidati da interessi più maturi e che fanno lievitare meglio i fatturati.

Un altro aspetto di appetibilità di una meta turistica è collegato alla qualità e alla competitività dei servizi, a cominciare da quelli di accoglienza: in provincia di Rimini meno del 7% degli hotel sono di 4-5 stelle, contro i 15 di Ferrara,  19 di Venezia e 26 di Roma.
Ed è sempre uno studio della Banca d’Italia, Il turismo internazionale in Italia (marzo 2013), a scrivere che “i prezzi dei soggiorni in hotel, a parità delle caratteristiche degli alberghi, sono in Emilia Romagna più bassi di quelli di altre regioni italiane (Marche, Liguria e Toscana), ma maggiori se confrontati con i corrispettivi di importanti regioni estere concorrenti quali la Catalogna, le isole greche o le Canarie”.
Proprio su questo tema, nell’ultima fiera ITB di Berlino molti operatori hanno indicato la Grecia e la Turchia come i competitori più agguerriti nel bacino del Mediterraneo. Non è tutto, ma qualche indicazione su come ri-orientare le azioni future si può già raccogliere.