Viaggi su misura: cosa vogliono i vacanzieri in Riviera

grand hotel rimini

Il consumo di massa sembra entrato in crisi, anche per Rimini. Complici il Web 2.0 e i social network, la vacanza diventa sempre di più un “status symbol”.
Ma la Riviera tarda ad aggiornarsi. Fabio Angelini (Grand Hotel): “La crisi non ha intaccato questo bisogno di esclusività ma lo ha amplificato”

Di Mirco Paganelli

C’è quasi da pensare che la crisi sia un’allucinazione comune a guardare quanti, persino in tempi di vacche magre, riescono a concedersi coccole griffate. Il settore del lusso non muore mai. Il sociologo dell’Università IULM di Milano Vanni Codeluppi ha raccontato nei mesi scorsi sulle colonne di Repubblica come l’uomo-consumatore sia attratto dal prodotto personalizzato. Un ragionamento che si allarga alle fasce più basse grazie a quello che definisce il “lusso democratico”, per tutte le tasche.
È possibile applicare questo modello anche al turista, consumatore di emozioni? TRE ha incrociato i pareri di tre esperti: un sociologo, una rappresentante del turismo on-line e un manager di hotelleria.

CONSUMO, DUNQUE SONO

Barattoli di cioccolata spalmabile e lattine di cola che permettono di apporvi il proprio nome. L’illusione di sentirsi diversi dagli altri seduce in molti e riguarda diversi tipi di prodotti, come le vacanze.
La possibilità di condividere la propria posizione di privilegio è amplificata dalle potenzialità virali del 2.0: dal prodotto esclusivo acquistato, al luogo invidiabile dove si è piantata la propria bandierina con un selfie. Secondo il professore Vanni Codeluppi il modello della massificazione è entrato in crisi.
“A partire dalla seconda metà degli anni Settanta i tradizionali raggruppamenti sociali di ampie dimensioni hanno lasciato sempre più il posto in Occidente a una struttura sociale frammentata che tende a essere centrata sul singolo individuo. Di conseguenza i consumatori, allo scopo di valorizzare la propria personalità, ricercano prodotti artigianali in serie limitata, su misura e soprattutto personalizzabili”.
L’italiano medio – a suo dire – si lascia maggiormente affascinare da ciò che è esclusivo. Complice una debole identità nazionale e il consumismo arrivato in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati (anni Ottanta), nel Bel paese si è tutti più “ingenui”.
Il consumatore è poco consapevole dei suoi diritti e più disponibile a essere suggestionato dai prodotti di marca prestigiosi, da ciò che è nuovo. Basta guadare le code fuori dagli Apple store la notte prima dell’uscita di un nuovo modello di iPhon. Perché ciò avviene? “Solitamente i prodotti esclusivi sono in grado di operare come ‘status symbol’. Cioè sono in grado di far sentire chi li possiede parte di un livello sociale superiore. Ciò dipende dal prezzo elevato, ma anche dalle caratteristiche fisiche di tali prodotti (design accattivanti, materiali piacevoli). Ne deriva che sono una forma di consumo più intensa in grado di suscitare emozioni”.

LA VACANZA COME “STATUS SYMBOL”

La sete di prodotti personalizzati e il desiderio di condividerne l’esperienza (ad esempio tramite i social network) si applicano anche al mondo delle vacanze?
Per Francesca Benati, esperta di turismo on-line che ha sulle spalle ruoli dirigenziali in Expedia, Lastminute e ora Amadeus, il web ha aperto le porte alla “democratizzazione del viaggio”, accessibile a tutti, dove i parametri sono costo, destinazione e fine della vacanza.
“L’utente ha accesso a una notevole quantità di informazioni. Basti pensare che negli anni Ottanta era impensabile un viaggio nella Terra del Fuoco. Oggi lo si organizza e prenota da casa”. Bisogna però distinguere tra “l’esclusività per il ceto alto (fare un’esperienza che altri non possono) e quella per il ceto medio (costruire un viaggio come piace a me)”.
Grazie al viaggio su misura, anche quest’ultimo gruppo di persone è riuscito ad approdare ad una forma di esclusività.
Nella Riviera e nell’entroterra riminese, però, è ancora dura personalizzare la propria vacanza. Peggio. Non solo non si punta al lusso, ma c’è il rischio di perdere la propria identità.
“Il lungomare di Rimini è pieno di bazar e discount tutti uguali: una tristezza infinita. San Marino – patrimonio dell’Unesco, ndr – è una sfilza di negozi di armi e di bigiotteria ciascuno con gli stessi prodotti; i ristoranti sono gestiti da stranieri (gentilissimi, ma non del posto)”.

I PUNTI DEBOLI DELLA RIVIERA ROMAGNOLA

“In tutta la Romagna si assiste ad una spersonalizzazione dell’offerta a beneficio soprattutto dei russi, i quali possono fornire proventi nell’immediato, ma se si pensa solo a loro non si aiuta il territorio nel lungo periodo”.
Poi non si fa rete. “Forlì, Ferrara, Ravenna, Rimini… ogni città fa da sé, non c’è nulla di organizzato che proponga la Romagna come fosse il Lazio o la Toscana. C’è carenza di accessibilità. Manca una piattaforma unica dove entrare e costruire il proprio viaggio in Romagna”.
Da Torre Pedrera in giù, i pacchetti sono ancora preconfezionati e antiquati. “Serve maggiore interconnettività tra le strutture ricettive e una maggiore visibilità sul web. Da Milano non posso prenotare un ombrellone, un ristorante o consultare l’elenco dei pullman per San Marino. L’offerta turistica è tutta concentrata su famiglie e russi”.
Se da un lato “è sorprendente vedere come Rimini sia l’unica città con il treno che ferma alla Fiera, dall’altro non si capisce quale identità nel lungo periodo si stia ricercando. Ed è un peccato perché dal punto di vista naturale, enogastronomico, artistico e dei servizi questo è un territorio polivalente che ha tanto da offrire”.
Dalla cartolina al social network, il bisogno di condividere la propria esperienza esclusiva è sempre più forte. Addirittura “si perde il concetto di ‘lo faccio per me’ sostituito da ‘lo condivido con gli altri’ – spiega Benati -. Si tratta di una pratica diffusa nella fase di vacanza e post-vacanza. I social network paradossalmente rendono meno esclusivo il viaggio e la necessità di condivisione è più forte nel turismo rispetto ad altri settori”.

FAbio Angelini Grand-Hotel

COME RISPONDE IL MASSIMO SIMBOLO RIMINESE?

Eppure a Rimini c’è un’istituzione del lusso che ha persino vinto un Oscar con Amarcord: il Grand Hotel di Rimini. TRE ha chiesto al manager della struttura, Fabio Angelini, cosa rappresenta il lusso oggi e perché non conosce crisi.
“Storicamente il lusso richiama il senso di quell’esclusività che per Fellini era l’irraggiungibilità di un mondo solo fantasticato attraverso le siepi e i cancelli che velavano l’interno del Grand Hotel. Oggi lo è solo in parte perché ovunque i messaggi ci trasmettono che possiamo osare, quindi ciò che una volta era per statuto solo di pochi, oggi è sdoganato e raggiungibile”.
Lusso significa di più ricerca del comfort o affermazione di una posizione sociale?
“Ognuno lo interpreta a modo suo: per alcuni è la ricerca di uno spazio affollato dove esprimere il proprio status; per altri è la riscoperta del tempo per se stessi, unico valore non acquistabile”.
Dalla penombra della tamerice in giardino ai gesti misurati dei suoi barman, i clienti dell’hotel felliniano “ricercano le atmosfere affascinanti di un tempo”. E la crisi non solo non ha intaccato questo bisogno di esclusività, “lo ha semmai amplificato, per il valore simbolico crescente che assume nel tempo”.
A quanto pare per gli hotel cinque stelle la crisi è lontana.
Come si regala un’emozione?
“Non esiste una formula. Noi offriamo gli ingredienti migliori possibili che l’ospite mixerà a piacimento per raggiungere il piacere, che risponde alle aspettative che nutriva: questo è il vero concetto di personalizzazione”.
Per il manager, il filo conduttore di tutte le emozioni è l’esperienza: “l’opportunità di vivere qualcosa di non materiale che diventerà ricordo, e che un’immagine o un odore saranno capaci di richiamare”.
Nessuna distinzione particolare tra le esigenze degli stranieri e quelle degli italiani: “Le diversità sono nelle persone. Il mondo è ormai un villaggio globale”.